I
demoni di San Pietroburgo (recensione)
Mi piace vedere i film sul grande schermo,
soprattutto quelli che ti lasciano le "scorie" e ti fanno riflettere,
magari scrivere appunti.
Negli ultimi tempi, è così poco il tempo che posso
dedicare alla scrittura e alla manutenzione di questo sito-web.
Primo piano narrativo
Siamo nella decade del 1860. Fëdor
Michajlovič Dostoevskij è uno scrittore carico di gloria e
debiti contratti al gioco d'azzardo, è in ritardo con la
scrittura de "Il
giocatore" ma riesce ad avere una proroga di cinque giorni
dall'editore; ha già incassato (e speso) l'intero cachet
pattuito ma il problema grosso non è quello : secondo il
contratto-capestro, se ritarderà ulteriormente la consegna del
manoscritto sarà l'editore a beneficiare dei diritti d'autore
sulle sue opere, negli anni a venire. Finirebbe sul lastrico.
Assume quindi Anna Grigorevna Snitkina, una giovane stenografa (che in
seguito diventerà sua moglie) ed inizia a dettare la versione
definitiva del romanzo.
Come i giocatori d'azzardo, anche i personaggi di questo film sembrano
logorati da un "tarlo" (ad ognuno il suo) ...
Secondo piano narrativo
Dostoevskij si reca al sanatorio per incontrare un
tale Gusiev, un malato di mente che farnetica di congiure alla famiglia
imperiale e vuole assolutamente parlare con il famoso scrittore,
propugnatore di idee proto-socialiste in età giovanile. Gli
comunica che i suoi compagni stanno preparando un attentato contro un
esponente della corona, e lo supplica di intervenire per farli
desistere. In particolare, il poveretto teme per la vita della bella
Alexandra, della quale s'è invaghito.
Quest'episodio ci apre lo scenario storico di un'epoca turbolenta per
la Russia zarista, con i movimenti socialisti, anarchici e populisti
che minano l'ordine pubblico e la stabilità sociale.
E sarà il secondo filo narrativo, con lo scrittore che
cercherà di mettersi in contatto con i terroristi, attraversando
i tumulti dell'epoca e bazzicando i bassifondi dell'allora capitale
durante la notte ... ovviamente i due piani narrativi s'intrecceranno
continuamente, e lo scrittore avrà numerose occasioni per
riflettere sulla sua vita, e sugli uomini ...
I
demoni di San Pietroburgo
Il soggetto è stato sviluppato da Paolo Serbandini partendo da
un'idea di Andrej
Sergeevič Michalkov-Končalovskij (fratello di Nikita Michalkov) ed
inserendo fatti di cronaca e rilievi della vita dell'autore senza la
pretesa di produrre un'opera storiografica nè scientificamente
biografica.
E' un contenitore simile ad un tributo, imperniato su uno degli
scrittori più controversi, corrosivi ed acuti della narrativa
mondiale, ed è zeppo di materiale storico interessante che non
manca di parecchi argomenti interlacciati col nostro presente (il
"terzo piano" che rende tridimensionale l'opera) e quindi dovrebbe
"molestare" gli spettatori lasciandogli un certo malessere sotto la
pelle ... invece scivola via come acqua sotto la pioggia, e
l'insoddisfazione è dovuta alla consapevolezza di avere visto
un'opera dalle notevoli potenzialità in gran parte inespresse, e
nella quale l'ottimo materiale umano a disposizione non è stato
certo gestito al meglio.
Solo lo "scritto" ed alcuni autori nel ruolo salvano e riescono a
tenere tiepidamente in vita l'opera fino ai titoli di coda.
Lo sceneggiatore - ancòra il bravo Paolo Serbandini, con
l'assistenza di Monica Zapelli e del regista Giuliano Montaldo - ha
interlacciato
bene il rapporto eternamente conflittuale tra l'autore e l'editore, i
creativi e la censura, i giovani e il potere costituito, le differenti
generazioni (di rivoluzionari) : tutti argomenti anche suscettibili e
bisognosi di approfondimenti sulla pellicola, ma si sarebbe allungato
il minutaggio del film oltre gli standard commerciali.
I presupposti narrativi erano imponenti ma il film finito è una
piccola opera : m'aspettavo molto di più da un cartellone come
questo.
Giudizi
di un ignorante, sparati "alla cazzo"
Il gruppo degli attori m'è sembrato eterogeneo per le scelte
discutibili di casting e le singole prestazioni.
La mia prima impressione è che il potenziale esplosivo di un
attore come Miki
Manojlović (lo ricorderete senz'altro come uno dei due protagonisti
del kusturiziano "Underground") sia rimasto inespresso, soprattutto se
alle prese con un personaggio che gli sembrava "cucito addosso" come il
burbero e vizioso scrittore : da quest'incontro m'aspettavo decisamente
di più, e mi sembra più un problema di gestione registica
che di disponibilità dello slavo.
Perfetta è invece Carolina
Crescentini nel ruolo dell'intimorita ed affettuosa stenografa
Anna, per recitazione e presenza (occhi chiari e una bellezza fisica
degna di una giovane donna russa) mentre spiazzano totalmente soma,
postura ed accento "napoletani" dell'attore di teatro e cinema Roberto Herlitzka
(sebbene di origine ceka) nei panni dell'ispettore della polizia
segreta, Pavlović : pare di assistere ad un involontario omaggio a
Eduardo De Filippo, completamente fuori luogo nella Russia zarista di
fine '800. Un continuo, doloroso mismatch per gli occhi e le orecchie
degli spettatori.
Bravo Giovanni
Martorana ch'è pienamente calato nel ruolo dell'invasato e
truce terrorista Trifonov, ma è decisamente troppo patetico Filippo Timi in
quello del reietto e fragile Gusiev, e troppo "meccanica" e fredda la
bellissima Anita
Caprioli che veste i panni della nobile rampolla Alexandra : passi
che una terrorista (oltretutto traditrice della propria classe sociale)
sia una cinica e determinata doppiogiochista, ma la maschera di ferro
offerta sia ai nemici che ai complici sarebbe buona piuttosto per un
film sulla guerra fredda e i "bei tempi" sovietici ... oppure per un
porno.
Come
uno sceneggiato degli anni '60, ma senza il b/n
La regia e le scenografie sono di taglio "televisivo" e poco
cinematografico, mi fanno pensare fin dalle prime scene ai "mitici"
sceneggiati degli anni '60, ma senza il b/n : sebbene lo svolgersi
degli eventi drammatici (per lo scrittore e per il suo Paese) sia quasi
tutto concentrato in soli 5 giorni , il regista non riesce a dare il
ritmo e spesso ho rischiato l'assopimento, complice pure una colonna
sonora di nessun impatto e che ho dimenticato appena uscito dalla sala.
Ritmo e colori che dovrebbero essere spezzato nettamente tra la
forsennata scrittura de "I demoni" e l'organizzazione dell'attentato al
nobile della casa zarista da un lato, e la cerimoniosa vita ufficiale e
domestica della nobiltà russa da un lato, ed invece è
calmo piatto dall'inizio alla con una chiusura "doppia" con lo
scrittore prossimo alla morte che ancòra cerca il senso della
vita e l'aquila medicata dai prigionieri che riprende il volo e ritrova
la libertà.
La gamma cromatica è volutamente e insopportabilmente compressa,
inoltre non identifica luoghi e situazioni che dovrebbero essere
dicotomiche anche nella resa a schermo. La fotografia contribuisce
all'intorpidimento dei sensi : allora sarebbe stato più
opportuno girarlo direttamente in b/n, come i citati sceneggiati della
Rai (splendidi).
Invece tocchiamo un colore spento, malato e acido ch'è molto
virato su verdi e azzurri, e che dovrebbe corrodere e intossicare - la
materia narrativa è sostanzialmente la malattia di un
intellettuale ma anche dell'ordinamento della sua nazione, entrambi in
età senile - inoculando quel senso di entropia proprio delle
esistenze al limite ed anzi sulla soglia della resa dei conti.
A mio avviso, si riesce solo parzialmente nello scopo perchè non
s'è voluto esagerare, e quello che filtra attraverso lo "schermo
tattile" contribuisce più spesso alla già citata
sonnolenza.
La
scena madre : all'Università
Pure rimarcando che difficilmente alcune scene vi resteranno impresse
nella memoria, voglio qui menzionare l'incontro/scontro tra Dostoevskij
e gli studenti nascosti nelle cantine dell'università per
sfuggire alla repessione di una manifestazione per mano della
cavalleria cosacca, due generazioni di ribelli a crudo confronto : il
vecchio Fëdor è idealista e problematico, i giovani sono
violenti e determinati anche ad uccidere.
Ed intercalato è il racconto di un episodio della sua prigionia
in Siberia, una condizione resa ancòra più dura e ingrata
dal suo "rango" di intellettuale (disprezzati dai detenuti comuni -
uomini del popolo - già in epoca zarista, poi in tempi
sovietici) ma che riuscì a riscattare salvando la vita al boss
ceceno della baracca e prendendo, a causa del gesto eroico, parecchie
frustate a sangue per avere contravvenuto agli ordini dell'ufficiale di
guardia.
"Cosa ne sapete, del popolo per il quale dite di combattere ?", chiede
il vecchio.
Ma i saputelli ed imberbi studenti col cervello schematizzato
dall'ideologia, sembrano avere una risposta buona anche a questa
domanda, pur essendo rampolli di famiglie nobili e borghesi-agiate
senza alcuna esperienza di "sudore della fronte". Il riferimento ai
giorni che viviamo sembra non essere affatto casuale ...
E' questo il solco rappresentato (ed il più drammatico) : tra le
buone intenzioni e la praticabilità delle stesse, tra il sogno
di un'umanità intera che si libera dal giogo e
l'irriducibilità di milioni di storie individuali che sono per
forza uniche (per ceto sociale, conoscenza e pratica, credo religioso,
anni di vita vissuta) e fisiologicamente in attrito tra loro.
Impossibili da accordare all'unisuono ... se non con un pugno di ferro
totalitario dall'alto, come la Storia ci ha insegnato e con colori
differenti.
L'aquila
Ed è cardinale un'altra scena (sempre ambientata nel confino
siberiano), l'aquila ferita trovata da uno dei prigionieri, quindi
curata e che - negli ultimi fotogrammi del film - spicca il volo nel
cielo, libera : allegoria netta dell'uomo malato e che si perde nella
nebbia (altra allegoria resa nel finale, con un Dostoevskij vittima
dell'epilessia che lo spinge verso una forma di demenza senile) che
attraverso la fede può raggiungere la vera libertà e
l'unione trascendentale con dio (d'altronde, lo scrittore era credente)
ma che io preferisco intendere come un'ode alla dura e fangosa ricerca
cui noi umani siamo "condannati" in questa vita terrena (e nelle
precedenti, come nelle prossime).
La ricerca è l'unico viatico, ed ogni piccola e nuova conoscenza
è un briciolo di liberazione : questo è il mio pensiero
pressocchè ateo.
Giudizio
finale (di un ignorante)
In definitiva, è un film "incompiuto" ma da vedere : si salva
per la quantità di materia intellettuale di cui è farcito.
Sempre che vi piacciano maionese e/o ketchup ...
Minima
fonetica
Per carità, sappiate che la lettera cirillica russa "ë"
- la "e" con la dieresi, per intenderci - si pronuncia "jo" : quando
volete menzionare lo scrittore russo, non dite "fedor" ma "fjodor".
La "e"
si pronuncia "je", quindi dite "dostojevskij".
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2008
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