Post dell'11 - 06 - 2008

I demoni di San Pietroburgo (recensione)

Mi piace vedere i film sul grande schermo, soprattutto quelli che ti lasciano le "scorie" e ti fanno riflettere, magari scrivere appunti.
Negli ultimi tempi, è così poco il tempo che posso dedicare alla scrittura e alla manutenzione di questo sito-web.

Primo piano narrativo

Siamo nella decade del 1860. Fëdor Michajlovič Dostoevskij è uno scrittore carico di gloria e debiti contratti al gioco d'azzardo, è in ritardo con la scrittura de "Il giocatore" ma riesce ad avere una proroga di cinque giorni dall'editore; ha già incassato (e speso) l'intero cachet pattuito ma il problema grosso non è quello : secondo il contratto-capestro, se ritarderà ulteriormente la consegna del manoscritto sarà l'editore a beneficiare dei diritti d'autore sulle sue opere, negli anni a venire. Finirebbe sul lastrico.
Assume quindi Anna Grigorevna Snitkina, una giovane stenografa (che in seguito diventerà sua moglie) ed inizia a dettare la versione definitiva del romanzo.
Come i giocatori d'azzardo, anche i personaggi di questo film sembrano logorati da un "tarlo" (ad ognuno il suo) ...

Secondo piano narrativo

Dostoevskij si reca al sanatorio per incontrare un tale Gusiev, un malato di mente che farnetica di congiure alla famiglia imperiale e vuole assolutamente parlare con il famoso scrittore, propugnatore di idee proto-socialiste in età giovanile. Gli comunica che i suoi compagni stanno preparando un attentato contro un esponente della corona, e lo supplica di intervenire per farli desistere. In particolare, il poveretto teme per la vita della bella Alexandra, della quale s'è invaghito.
Quest'episodio ci apre lo scenario storico di un'epoca turbolenta per la Russia zarista, con i movimenti socialisti, anarchici e populisti che minano l'ordine pubblico e la stabilità sociale.
E sarà il secondo filo narrativo, con lo scrittore che cercherà di mettersi in contatto con i terroristi, attraversando i tumulti dell'epoca e bazzicando i bassifondi dell'allora capitale durante la notte ... ovviamente i due piani narrativi s'intrecceranno continuamente, e lo scrittore avrà numerose occasioni per riflettere sulla sua vita, e sugli uomini ...

I demoni di San Pietroburgo

Il soggetto è stato sviluppato da Paolo Serbandini partendo da un'idea di Andrej Sergeevič Michalkov-Končalovskij (fratello di Nikita Michalkov) ed inserendo fatti di cronaca e rilievi della vita dell'autore senza la pretesa di produrre un'opera storiografica nè scientificamente biografica.
E' un contenitore simile ad un tributo, imperniato su uno degli scrittori più controversi, corrosivi ed acuti della narrativa mondiale, ed è zeppo di materiale storico interessante che non manca di parecchi argomenti interlacciati col nostro presente (il "terzo piano" che rende tridimensionale l'opera) e quindi dovrebbe "molestare" gli spettatori lasciandogli un certo malessere sotto la pelle ... invece scivola via come acqua sotto la pioggia, e l'insoddisfazione è dovuta alla consapevolezza di avere visto un'opera dalle notevoli potenzialità in gran parte inespresse, e nella quale l'ottimo materiale umano a disposizione non è stato certo gestito al meglio.
Solo lo "scritto" ed alcuni autori nel ruolo salvano e riescono a tenere tiepidamente in vita l'opera fino ai titoli di coda.
Lo sceneggiatore - ancòra il bravo Paolo Serbandini, con l'assistenza di Monica Zapelli e del regista Giuliano Montaldo - ha interlacciato bene il rapporto eternamente conflittuale tra l'autore e l'editore, i creativi e la censura, i giovani e il potere costituito, le differenti generazioni (di rivoluzionari) : tutti argomenti anche suscettibili e bisognosi di approfondimenti sulla pellicola, ma si sarebbe allungato il minutaggio del film oltre gli standard commerciali.
I presupposti narrativi erano imponenti ma il film finito è una piccola opera : m'aspettavo molto di più da un cartellone come questo.

Giudizi di un ignorante, sparati "alla cazzo"

Il gruppo degli attori m'è sembrato eterogeneo per le scelte discutibili di casting e le singole prestazioni.
La mia prima impressione è che il potenziale esplosivo di un attore come Miki Manojlović (lo ricorderete senz'altro come uno dei due protagonisti del kusturiziano "Underground") sia rimasto inespresso, soprattutto se alle prese con un personaggio che gli sembrava "cucito addosso" come il burbero e vizioso scrittore : da quest'incontro m'aspettavo decisamente di più, e mi sembra più un problema di gestione registica che di disponibilità dello slavo.
Perfetta è invece Carolina Crescentini nel ruolo dell'intimorita ed affettuosa stenografa Anna, per recitazione e presenza (occhi chiari e una bellezza fisica degna di una giovane donna russa) mentre spiazzano totalmente soma, postura ed accento "napoletani" dell'attore di teatro e cinema Roberto Herlitzka (sebbene di origine ceka) nei panni dell'ispettore della polizia segreta, Pavlović : pare di assistere ad un involontario omaggio a Eduardo De Filippo, completamente fuori luogo nella Russia zarista di fine '800. Un continuo, doloroso mismatch per gli occhi e le orecchie degli spettatori.
Bravo Giovanni Martorana ch'è pienamente calato nel ruolo dell'invasato e truce terrorista Trifonov, ma è decisamente troppo patetico Filippo Timi in quello del reietto e fragile Gusiev, e troppo "meccanica" e fredda la bellissima Anita Caprioli che veste i panni della nobile rampolla Alexandra : passi che una terrorista (oltretutto traditrice della propria classe sociale) sia una cinica e determinata doppiogiochista, ma la maschera di ferro offerta sia ai nemici che ai complici sarebbe buona piuttosto per un film sulla guerra fredda e i "bei tempi" sovietici ... oppure per un porno.

Come uno sceneggiato degli anni '60, ma senza il b/n

La regia e le scenografie sono di taglio "televisivo" e poco cinematografico, mi fanno pensare fin dalle prime scene ai "mitici" sceneggiati degli anni '60, ma senza il b/n : sebbene lo svolgersi degli eventi drammatici (per lo scrittore e per il suo Paese) sia quasi tutto concentrato in soli 5 giorni , il regista non riesce a dare il ritmo e spesso ho rischiato l'assopimento, complice pure una colonna sonora di nessun impatto e che ho dimenticato appena uscito dalla sala.
Ritmo e colori che dovrebbero essere spezzato nettamente tra la forsennata scrittura de "I demoni" e l'organizzazione dell'attentato al nobile della casa zarista da un lato, e la cerimoniosa vita ufficiale e domestica della nobiltà russa da un lato, ed invece è calmo piatto dall'inizio alla con una chiusura "doppia" con lo scrittore prossimo alla morte che ancòra cerca il senso della vita e l'aquila medicata dai prigionieri che riprende il volo e ritrova la libertà.
La gamma cromatica è volutamente e insopportabilmente compressa, inoltre non identifica luoghi e situazioni che dovrebbero essere dicotomiche anche nella resa a schermo. La fotografia contribuisce all'intorpidimento dei sensi : allora sarebbe stato più opportuno girarlo direttamente in b/n, come i citati sceneggiati della Rai (splendidi).
Invece tocchiamo un colore spento, malato e acido ch'è molto virato su verdi e azzurri, e che dovrebbe corrodere e intossicare - la materia narrativa è sostanzialmente la malattia di un intellettuale ma anche dell'ordinamento della sua nazione, entrambi in età senile - inoculando quel senso di entropia proprio delle esistenze al limite ed anzi sulla soglia della resa dei conti.
A mio avviso, si riesce solo parzialmente nello scopo perchè non s'è voluto esagerare, e quello che filtra attraverso lo "schermo tattile" contribuisce più spesso alla già citata sonnolenza.

La scena madre : all'Università

Pure rimarcando che difficilmente alcune scene vi resteranno impresse nella memoria, voglio qui menzionare l'incontro/scontro tra Dostoevskij e gli studenti nascosti nelle cantine dell'università per sfuggire alla repessione di una manifestazione per mano della cavalleria cosacca, due generazioni di ribelli a crudo confronto : il vecchio Fëdor è idealista e problematico, i giovani sono violenti e determinati anche ad uccidere.
Ed intercalato è il racconto di un episodio della sua prigionia in Siberia, una condizione resa ancòra più dura e ingrata dal suo "rango" di intellettuale (disprezzati dai detenuti comuni - uomini del popolo - già in epoca zarista, poi in tempi sovietici) ma che riuscì a riscattare salvando la vita al boss ceceno della baracca e prendendo, a causa del gesto eroico, parecchie frustate a sangue per avere contravvenuto agli ordini dell'ufficiale di guardia.
"Cosa ne sapete, del popolo per il quale dite di combattere ?", chiede il vecchio.
Ma i saputelli ed imberbi studenti col cervello schematizzato dall'ideologia, sembrano avere una risposta buona anche a questa domanda, pur essendo rampolli di famiglie nobili e borghesi-agiate senza alcuna esperienza di "sudore della fronte". Il riferimento ai giorni che viviamo sembra non essere affatto casuale ...
E' questo il solco rappresentato (ed il più drammatico) : tra le buone intenzioni e la praticabilità delle stesse, tra il sogno di un'umanità intera che si libera dal giogo e l'irriducibilità di milioni di storie individuali che sono per forza uniche (per ceto sociale, conoscenza e pratica, credo religioso, anni di vita vissuta) e fisiologicamente in attrito tra loro.
Impossibili da accordare all'unisuono ... se non con un pugno di ferro totalitario dall'alto, come la Storia ci ha insegnato e con colori differenti.

L'aquila

Ed è cardinale un'altra scena (sempre ambientata nel confino siberiano), l'aquila ferita trovata da uno dei prigionieri, quindi curata e che - negli ultimi fotogrammi del film - spicca il volo nel cielo, libera : allegoria netta dell'uomo malato e che si perde nella nebbia (altra allegoria resa nel finale, con un Dostoevskij vittima dell'epilessia che lo spinge verso una forma di demenza senile) che attraverso la fede può raggiungere la vera libertà e l'unione trascendentale con dio (d'altronde, lo scrittore era credente) ma che io preferisco intendere come un'ode alla dura e fangosa ricerca cui noi umani siamo "condannati" in questa vita terrena (e nelle precedenti, come nelle prossime).
La ricerca è l'unico viatico, ed ogni piccola e nuova conoscenza è un briciolo di liberazione : questo è il mio pensiero pressocchè ateo.

Giudizio finale (di un ignorante)

In definitiva, è un film "incompiuto" ma da vedere : si salva per la quantità di materia intellettuale di cui è farcito.
Sempre che vi piacciano maionese e/o ketchup ...

Minima fonetica

Per carità, sappiate che la lettera cirillica russa "ë" - la "e" con la dieresi, per intenderci - si pronuncia "jo" : quando volete menzionare lo scrittore russo, non dite "fedor" ma "fjodor".
La "e" si pronuncia "je", quindi dite "dostojevskij".


il Bufalo

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Link
"I demoni di San Pietroburgo" - sito ufficiale
"Fëdor Michajlovič Dostoevskij" - scheda in wikipedia









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