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del 13 - 06 - 2005
Bentornato
Wim. Erano tanti anni ormai, che ti aspettavo. Dopo i lungometraggi
auto-citazionisti e le calligrafie d'autore a 6-8 mani, ecco finalmente
un film vero. Recitato da attori veri e non quelli che cazzeggiano
facendo il verso a loro stessi poco più giovani, con una
fotografia ed un tema - gli States on the road - che sono stati il tuo
(il nostro) sogno, che spesso nel film ci si chiede se la storia abbia
un senso o se soltanto bisogna lasciarsi andare alla corrente onirica,
salvo poi promettersi di ri-vederlo questo film per recuperare e non
smarrire ogni particolare di una pellicola così "piena" (anche
di musica folk-rock, ci mancherebbe). Il regista ha detto che aspettava
da 25 anni una storia da girare nella cittadina di Butte
-
una
cartolina dove ritorna spesso e che considera "la città
americana più straordinaria" - e quando ha iniziato a scrivere
la storia con Shepard (scrittore ed attore di lungo corso) ha
capito che era arrivato il momento della prima volta assoluta per il
piccolo posto nel Montana cresciuto con
la corsa all'oro nel XIX°
secolo (toponimo decisamente amerikano : la parola "butte" sta ad
indicare le colline isolate nella pianura e mozze).
La storia è quella di una vecchia gloria hollywoodiana e dei set
western - tale Howard Spence interpretato da Sam
Shepard [ con lo
stesso autore : "Paris,
Texas", 1984 ] -
che oramai sul viale del tramonto decide di "recuperare" un pezzo della
sua vita e di fare un viaggio a ritroso nel tempo ... durante le
riprese del film "The phantom of the west" non si ferma al ciak di stop
e cavalca, cavalca nella prateria usando ogni furbizia per fare perdere
le proprie tracce : comincia con un baratto per cambiarsi i vestiti e
lasciare il cavallo per un fuoristrada noleggiato, poi un treno per una
sosta intermedia e finalmente la casa materna col pullman, nel Nevada
... troppo vicini i casinò per non resistere alle sirene di
alcool, gioco e donne - ed un intermezzo di un vecchio compagno di
liceo che lascia trapelare una precoce relazione-gay - e ricacciarsi
nei guai. Nel frattempo l'uomo dell'assicurazione che copre la
produzione cinematografica - un pignolo, serioso Tim
Roth (si ride
sulla sua pragmatica : "non sono un poliziotto, è solo una
formalità" ripete al remissivo Howie quando gli mette le manette
per riportarlo sul set) - si mette sulle sue tracce come un
investigatore
privato e ripercorre la strada ... dalla madre viene a sapere di un
figlio mai conosciuto - nel Montana a Butte : interpretato da Gabriel Mann - ed il
viaggio continua
con sorpresa (c'è anche una figlia) ad incontrare una
splendida quasi-sessantenne ex-fiamma che all'anagrafe cinematografica
fa Jessica
Lange e giovani talentuosi attori (era ora). Con lieto fine ma
quanto
passano in fretta le quasi due ore di immagini - ogni fotogramma lo
vorrei stampare in carta lucida ed incorniciare - eppure c'è
qualcosa di solido sotto, di nuovo le storie di uomini e donne smarriti
che cercano di ri-costruire il mosaico della propria persona e sono in
primo piano le sensazioni interiori più che la dinamica degli
avvenimenti : un'azione al rallentatore (non priva di brio e piccoli
colpi di scena) in cui la gravitazione e nel respiro, polmoni pieni di
libertà e contrazioni del diaframma per rabbia-imbuti
esistenziali ... attrazione-repulsione (anche il "poliziotto" Roth alla
fine cede e dà fiducia al vecchio playboy forse più
maturo all'ultimo ciak) che entrano sotto-cute nello spettatore
regolandone inconsapevolmente il ciclo ossigeno-anidride carbonica fino
a smarrire il perimetro della sala cinematografica (aprendogli la
testa) ... che cieli e nuvole indimenticabili.
Si respira forte l'aria "anni '70" libera
dagli schemi prefissati e sopra le righe :
sono indimenticabili lo staff della produzione e la sequenza in cui la
ragazza del figlio ritrovato balla sul divano defenestrato e su note
improvvisate di chitarra elettrica e coperchio di bidone pestato a
ritmo. Earl - il figlio : una somiglianza fisica e caratteriale estrema
con il padre ma psicologicamente negata - è un dolce punk di
provincia "alla crostata di ciliege" che ha una repulsione violenta del
padre-fantasma materializzatosi all'improvviso mentre Sky - la figlia
interpretata da Sarah
Polley - sceglie una strategia più ampia e riflessiva (le
proverbiali differenze d'approccio uomo-donna) : per anni guarda le
fotografie del padre su internet ingrandendo al digitale i particolari
come le vene delle mani e le rughe per trovare il segno di qualcosa che
li dovrebbe unire inequivocabilmente, ma di cui alla fine dubita. E'
una presenza nordica e metafisica - anche questa difficile da
dimenticare - nel suo aggirarsi in un timido e testardo avvicinamento
con l'urna delle ceneri materne, cercando di conciliare e non la rissa
ed il rifiuto.
E' una melassa retrò e un po' rivisitata,
ma è un'impressione
erronea e la svolta è un'altra : tutta mixata con una trama
che scritta così pare melodrammatica e televisiva da soap-opera,
esce dalle convenzioni perchè i personaggi ed i rapporti che si
creano tra di loro sono persino banali per le innumerevoli volte che -
sotto altre firme e cast - li abbiamo visti sul grande (e piccolo)
schermo e ci sembrano attendibili e "veri" perchè abituati alla
lentezza del linguaggio. Questa
è la bravura dell'artista. Il regista tedesco rifà lo
stesso film da una vita eppure ogni volta è diverso :
perchè sono gli uomini e le donne, le loro strade irrequiete e
le situazioni nate da un'infinità di variabili non controllabili
a costituire la carne delle pellicole, incartata da una fotografia
stupenda e da nuovi suoni dal vivo.
Per alcuni è "merda d'autore"
e pure il cinema - dopo il rock - è già morto e sepolto.
Per me è imperdibile e ve lo consiglio : bentornato Wim, ti
stavo apettando.
[ il
Bufalo ]
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