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del 16 - 11 - 2005
La sera di martedì 15 novembre
- ieri - il maestro Pupi Avati ha presentato il libro "La seconda notte
di nozze" (ed. Piccola biblioteca Oscar Mondadori) alla libreria
"Feltrinelli International" di via Zamboni n. 7 a Bologna. Non mi sono
fatto perdere l'occasione di ascoltare la chiosa dell'autore bolognese
in una carrellata su letteratura e cinema come una cena tra amici in
cui ci si apre anche a confidenze che l'esperto "domatore di leoni" e
grande affabulatore ha concesso con mestiere ad una "platea" deliziata.
Non ho potuto accedere alla piccola sala messa a disposizione ma forse
è stato meglio, perchè mi sono concentrato sulla
persuasiva voce che fuoriusciva dagli altoparlanti dislocati nel resto
della libreria ed usualmente utilizzati per le comunicazioni interne
dei dipendenti, e ho memorizzato - con dolore fisico - quanto ho
scritto cercando di essere fedele il più possibile alle
dichiarazioni originali (per questa trasposizione "artigianale" non ho
virgolettato il testo che segue). Che sia l'ora che mi compri un I-Pod
con microfono ?
Nei suoi film c'è una scena in particolare che m'è
rimasta impressa nel tempo, anzi confesso che mi turbava il sonno
dandomi una nausea insopportabile fino al risveglio : il pranzo di
fidanzamento a Porretta Terme in "Storia di ragazzi e di ragazze".
L'incessante, interminabile lista delle pietanze letta
dallo zio - mi pare - evocava in me i sapori
eccessivi della cucina bolognese e l'insistenza insolente di genitori e
nonni ad ingozzarmi di tutto quanto c'era in tavola, da cui un
"peso-forma" che mi è rimasto (anche se forse è - come si
dice - "strutturale") : si inizia
con i tortellini in brodo, fegato fritto al limone, manzo lesso con
salsa di peperone, pollastra lessa con intingolo di prezzemolo e
cipolline, lepre alla cacciatora con zucchini fritti, anitra in umido
accompagnata con dadini di sedano, cotoletta di maiale trifolata,
coniglio arrosto con patate tirate con salvia e burro, e poi
ricominciamo con maccheroni con le rigaglie, arrosto di storni, passeri
e quaglie, uccellini scappati, fritto dolce e salato e per finir dolci
di cinque qualità ( elenco tratto dal sito
Matteomugnani.com ).
Inevitabile per me il rimembrare la casa colonica
dove passavo tutti i fine-settimana della mia infanzia con i familiari,
soprattutto mi stupiscono ancòra le forme sfumate dalla luce
come un quadro impressionista puntiforme, due punti di colore bianco e
nero (i due adorabili gatti persiani) e i particolari che lentamente
vengono messi a fuoco come il risveglio dopo una sbornia. Anche la
tavola imbandita ovviamente ma dopo tanti anni di cucina fast-food
americana, russa e cinese ho "resettato" le regioni della lingua e
soprattutto le papille gustative del "salato" che spicca - assieme al
selvatico mordente della cacciagione - nella gastronomia bolognese.
Ecco la "chiave magica" dei film di Avati : la ricerca della massima
definizione di un'ambiente familiare "passato" nell'età mitica
dell'infanzia e della prima adolescenza, spesso localizzato nelle terre
in cui anch'io sono cresciuto (consonanze bolognesi), che scatena una
sincera intimità con l'autore ... le medesime sensazioni che
provo quando riguardo un bianco e nero della serie di Don Camillo
tratto dai romanzi di Guareschi o "Novecento" di Bernardo Bertolucci (e
altre cose sue),
là c'è il codice genetico di una terra e degli uomini che
la calpestano (che è pure il mio). Brume umide laddove la nebbia
e la terra si fondono in un'unica materia e le luci pastellate delle
case contadine si contano sulle dita di una mano, nessuna superstrada e
nessun condominio pre-fabbricato chilometrico. Una terra persa per
sempre.
Parole di Pupi
Avati raccolte dal Bufalo
Fare cinema
Mi piace molto piangere,
è uno dei piaceri più grandi della mia vita ... non per
la morte della mamma (per quel tipo di pianto) ma piuttosto per la
commozione di un momento ... e ridere, ovviamente è bellissimo.
Ecco : il massimo della vita è piangere e ridere insieme !
Avviene soltanto nella poesia e raramente in qualche film ... io cerco
di fare questo nel mio cinema e devo dire che ci sono riuscito
abbastanza spesso, anche in quest'ultimo ...
Ho scritto io stesso la sceneggiatura di questo film, ed è il
libro che vi presento questa sera. Infatti sul cartellone voi potete
leggere "un film di Pupi Avati" e non "regia di Pupi Avati" ... sapete
qual'è la differenza che passa tra "autore" e "regista" ?
L'Europa ai tempi della "nouvelle vague" si è inventata il
cinema d'autore ... l'autore è colui che scrive il soggetto e la
sceneggiatura, fa la regia e poi il montaggio, magari non fa tutto da
solo ma sovrintende e gestisce in prima persona tutto il processo
produttivo. Ai giorni nostri v'è una grande confusione su questo
"marchio di fabbrica", per esempio il mio amico Salvatores ha fatto un
lungometraggio che è uscito nelle sale a maggio tratto dal
romanzo di Grazia Versani "Quo vadis, baby ?" e nella reclame ha fatto
scrivere "un film di Gabriele Salvatores" ... non è vero !
Perchè la sceneggiatura non è sua, è il romanzo
della Versani ... addirittura ho visto in televisione lo sceneggiato "I
promessi sposi" e ho letto nei titoli di testa "un film di Francesca
Archibugi" ... da un'idea di Alessandro Manzoni ? [ risate ]
Che differenza c'è tra un libro ed un sceneggiatura
cinematografica ? Innanzitutto il tempo usato per la narrazione : io
per "La seconda notte di nozze" ho scritto usando il tempo passato -
come faccio sempre - le sceneggiature dei film sono al tempo presente.
Il tempo passato ci dà l'idea di qualcosa di concluso, di
già successo ... Fellini, guardando a Rimini il Grand Hotel si
sorprese e disse : "Ma come è possibile che sia ancòra
qui ? L'ho già messo in un mio film ...", questo per dire della
capacità persuasiva del cinema di fissare gli eventi nel tempo
ed essere "definitivo" nella percezione degli spettatori. Pertanto la
mia scrittura è coerente con questa caratteristica filmica.
Ma non è lunica differenza : il romanzo è più
ricco di particolari e vi si trova scritto addirittura il
pensiero dei personaggi, mentre nel copione ci sono soltanto i
dialoghi. Insomma si potrebbe anche dire che il libro è un
prodotto "finito" mentre la sceneggiatura è accresciuta e
risolta solamente con l'aggiunta delle immagini ... io scrivo le mie
idee in forma letteraria prima di girare il film - "anticipandolo" - e
potrei farmi obiezione di questo che è a tutti gli effetti un
paradosso.
Gli attori stessi non sono abituati a memorizzare una sceneggiatura
scritta al tempo passato, è capitato diverse volte che dopo aver
letto la propria parte mi chiedessero : "Va bene, ma dov'è il
copione ?". Il libro inoltre mi dà tutte le informazioni di cui
ho bisogno e questo è importante perchè talvolta
può capitare che dalla scrittura alla realizzazione passi molto
tempo. Per esempio ho aspettato ben quattro anni per potere girare "La
casa dalle finestre che ridono", che ho scritto nel 1972 e realizzato
nel 1976 quando trovai i finanziamenti necessari ... in questo lasso di
tempo alcune cose possono essere dimenticate e altre travisate,
interpretate in maniera differente. L'accuratezza di una buona
scrittura mi evita anche eventuali equivoci con gli attori : mi ricordo
una volta con Tognazzi, discutemmo una notte intera di un copione
scritto nella maniera classica - all'inizio li facevo anch'io
così - poi alla fine decise lui che cosa fare esattamente (come
sempre, era un attore di grande intelligenza ed era impossibile
cambiare i suoi convincimenti).
Quando scrivo cerco il linguaggio più semplice possibile e i
miei personaggi devono sembrare veri, non sono lo scrittore che ha
sempre a portata di mano il dizionario dei sinonimi, come tanti fanno
per cercare l'espressione ad effetto e una scrittura barocca, non ce
l'ho nemmeno ... ho rifatto il romanzo dieci volte sgrezzandolo
progressivamente di tutte le complicazioni perchè le parole
sembrassero davvero uscire dalla bocca dei personaggi, i gesti e i
sentimenti fossero credibili ... si è credibili quando si
racconta un po' di se stessi.
"La seconda notte di nozze" è una storia d'amore. E'
difficilissimo scrivere al giorno d'oggi una storia d'amore originale.
Quella "standard" è : un ragazzo e una ragazza s'incontrano
abbastanza casualmente, s'innamorano, si amano, poi subentra un evento
negativo che mette in crisi la coppia (un litigio, un tradimento o
altro) fino a due finali possibili, ovvero 1) passa il brutto momento e
si sposano oppure 2) non passa e finisce tutto. Sono stati fatti film a
bizzeffe con questo schema e non se ne può davvero più !
In questa storia ambientata negli anni del dopoguerra una donna in
età non più giovane - Liliana - a causa delle gravi
difficoltà economiche si trasferisce da Bologna alla Puglia con
il figlio Nino, per andare a vivere nella masseria del cognato Giordano
- fratello del defunto marito - che in gioventù era stato
innamoratissimo di lei. Per lei è la seconda notte di nozze, per
lui è la prima ... aggiungo che lei è una donna
smaliziata e - dicono - di facili costumi e ne farà di tutti i
colori a lui che è piuttosto ingenuo, eppoi c'è lo
scontro tra due mentalità - quella del nord e quella del sud -
che allora erano diversissime. [ una signora gli chiede di svelare il
finale, insistendo, e lui risponde ] no, non glielo dico ma le posso
assicurare che è un finale assolutamente imprevedibile, comprate
il libro per saperlo ... andate a vedere il film ... anzi fate
entrambe le cose. Eppoi è inutile che io lo sveli perchè
l'ho già cambiato, non più quello di questa edizione ! [
risate ]
Dopo la scrittura bisognava fare il cast, ovvero scegliere gli attori.
Il nome per il ruolo della madre ne "La seconda notte di nozze" mi
venne una sera a cena, dopo aver bevuto una quantità di vino
superiore al mio solito (ho già una buona media personale) e nel
momento in cui mi s'aprì la testa (il vino porta a questo) dissi
: "Katja Ricciarelli !". Silenzio in tutto il ristorante - sì
proprio così, non solo al tavolo in cui stavo con gli amici ma
in tutta la sala la gente ammutolì - e addirittura i cuochi
uscirono sbigottiti dalla cucina e chiesero : "Katja Ricciarelli ?" [
risate ] ... in verità se lo chiedevano tutti e mi
sconsigliavano di scegliere lei, per la sua totale inesperienza nel
cinema non era considerata una buona scelta ma io ... quando ci sono
troppi venti contrari mi piace andare "contro", perchè il vento
gira e quando succede è allora che ti porta in alto ...
più cercavano di dissuadermi dalla mia intenzione, più io
ne ero convinto. D'altronde chi potevo scegliere ?
Stefania Sandrelli magari. E' un mito, ma lei ha già fatto film
importanti con Pietro Germi, Antonio Pietrangeli, Ettore Scola ed
altri, pellicole che hanno fatto la storia del cinema : io che le
potevo dare di più ? A un autore piace la scommessa, è
là che si vede la bravura di plasmare un'attrice alle
necessità di una storia da raccontare ... Virna Lisi, Claudia
Cardinale ? Ditemi voi ... sono tutte bravissime, vale lo stesso
ragionamento. Sophia Loren ? Beh, forse andrebbe bene per il ruolo
della nonna, anche se ben messa [ risate ]. Sono andato testardo per la
mia strada e dopo averle fatto leggere la sceneggiatura, mi sono
incontrato con la Ricciarelli e le ho chiesto : "Lo puoi fare ?". Lei
mi ha risposto, perentoria e determinata : "Sì, e
b-e-n-i-s-s-i-m-o !". Davanti a tanta sicurezza le ho fatto firmare i
contratti, poi si è fatta fare i vestiti di scena su misura
nella sartoria ... e cosa succede ? Al primo ciak stecca clamorosamente
la battuta e se ne esce con un'intonazione da gorgheggi ed esercizi nel
camerino prima di un'opera (che non c'entrava niente con il contesto) :
un freddo g-l-a-c-i-a-l-e nel set. Dopo le prime, palesi
difficoltà arriva l'ammissione : "Non so fare nulla nel cinema,
mi dovete insegnare ogni minima cosa : come si cammina, come si prende
una caffettiera, come si prende il fazzoletto e come ci si soffia il
naso con il fazzoletto, come si deve parlare ...". Quest'ammissione di
umiltà è stata bellissima ed per tutto il tempo delle
riprese la Ricciarelli è stata una persona umile e capace di
imparare bene dagli attori straordinari che le stavano affianco : Neri
Marcorè, Angela Luce, Marisa Merlini e Antonio Albanese che si
è lasciato definitivamente alle spalle le macchiette, i
personaggini, le caricature televisive ed inserito in una produzione
"seria" è stato bravissimo, un grande attore veramente. Il
risultato è che ha imparato così bene ed è stata
così capace che la giuria del Festival di Venezia fino
all'ultimo ha tenuto in piedi la sua candidatura a migliore attrice
(come quella di migliore film per la mia opera) ma era davvero troppo
"scandaloso" premiarla, con tutte le riserve iniziali che v'erano state
sul suo conto. Io penso che il premio se lo meritasse. Ma la rivincita
ce la siamo presa al botteghino, il film va molto bene e questa per noi
è una grande gratificazione.
Gli
archètipi
Io sono bolognese. Bologna non la posso dimenticare, è parte di
me. Per questo è presente in molti dei miei film e anche
all'inizio di quest'ultimo (poi ci siamo spostati in Puglia) : la scena
degli sfollati girata nella chiesa di via Galliera, un alto esterno
davanti alla società filarmonica di via Guerrazzi ... a Bologna
ho passato i primi trent'anni della mia vita (che sono quelli che
contano), i successivi trentasette a Roma. Dal trentesimo più
uno è già tutta un'altra cosa perchè è
così : quando si è giovani si vuole essere più
grandi, arrivare ... e quando si è arrivati oltre si vorrebbe
essere più giovani ... insomma è il destino umano non
essere mai "comodi" nella propria età anagrafica !
A questo punto è necessario parlare degli archètipi. Che
cos'è un archètipo ? Un'idea o meglio ciò che una
parola evoca, "tira fuori" da noi nel momento che la si pronuncia.
Prendiamo per esempio la parola "frappè", che cosa significa per
voi ? Per me significa : 9 giugno 1946 in via San Vitale numero 51.
Quel giorno stavo scendendo le scale con mia sorella mentre mia madre
aveva le doglie per il parto di mio fratello Antonio e tirava degli
urli impressionanti ... ci accompagnavano ai giardini a mangiare il
gelato perchè ai bambini non era acconsentito nemmeno di stare
in casa durante il travaglio ... a metà strada incontrammo mia
zia Flora che invece saliva con un bicchierone bianco e torbido che
attirò la mia curiosità, lei disse : "Lo vuoi assaggiare
? E' un frappè", ecco la parola "magica" svelata ...
f-r-a-p-p-è ... mi avvicinò il bicchiere e mi fece bere
dalla cannuccia questo liquido dolcissimo e buonissimo che da allora -
tra gli altri pensieri - io associo al ricordo di quella particolare
giornata e della zia che me lo fece bere per la prima volta. Lo portava
alla mamma perchè all'improvviso le era venuta la voglia di
frappè, voleva partorire bevendo un frappè allo stesso
tempo !
E' dimostrato anche dalla scienza che nei primi 5 - 6 anni di vita
avviene l'"imprinting", nella scoperta del mondo vengono fissate
indelebilmente immagini, idee e regole primordiali che ci porteremo
appresso per tutta la vita. In quegli anni ero sfollato con la mia
famiglia a Sasso Marconi e là c'era tutto : i parenti, lo stato
di disagio, i bisogni quotidiani, i sentimenti e l'allegria. I gesuiti
dicono : "Portateci il vostro bambino e lo terremo per i primi cinque
anni di vita : lo educheremo, poi ve lo restituiremo. Sarà
sempre con noi" e hanno ragione. Così ho inserito quelle scene
all'inizio del film.
E' una cosa normale abbellire la propria biografia ... dire il falso
nel presente è negativo e non sta bene, ma sul passato è
concesso mentire ! Le situazioni dei miei film sono per un 90%
immaginate, i fatti reali della mia vita servono da spunto per
l'innesco della narrazione. Eppure a distanza di anni tra "vita" e
"rappresentazione cinematografica" capita che qualche mio amico
bolognese di lunga data mi chiami per complimentarsi di una scena
rimaneggiata sui ricordi in cui si riconosce tra i personaggi,
dicendomi che "Era proprio andata così, bravo ! E-s-a-t-t-o !" e
via a ricordare un fatto che in larga parte è immaginario !
Questo non per un'inclinazione alla menzogna, ma perchè trovo
che sia naturale ricordare "in meglio" gli eventi passati. Come quella
volta che dopo il jazz tornai a casa con un'amica e davanti al portone
provai a baciarla : io le dicevo tante belle paroline e lei mi diceva
tante cattive paroline, non ne voleva sapere ... se oggi dovessi fare
recitare la scena ad attori, senz'altro le darei un altro esito,
positivo !
Il prossimo film invece lo girerò a interamente a
Cinecittà in una villa ricostruita negli studi. Nel cast ci sono
tre donne (due di queste hanno già lavorato con me) :
Inès Sastre, Vanessa Incontrada e Violante Placido sono le
figlie di un cattivissimo Diego Abatantuono. C'è anche Francesca
Neri. Insomma per uno timido come me nell'approccio con le donne - sono
stato sempre imbranato, come vi ho detto - sarà un'ulteriore
occasione per provarci ... o perlomeno soddisferò la vista !
Gli umili
Nei miei film ci sono sempre personaggi che ricordano i semplici delle
"Beatitudini" [ il discorso della Montagna nel Vangelo di Matteo, 5,
1-12 ] ingenui e buoni oltre ogni misura, che si trovano male in questo
mondo nient'affatto bello, in continuo contrasto con gli altri, scaltri
e smaliziati se non proprio cattivi.
Per esempio ne "Il cuore altrove" la ragazza cieca interpretata da
Vanessa Incontrada è cattivissima mentre il personaggio di Neri
Marcorè è troppo buono e usato da lei per i suoi scopi.
Devo confessare che mi è piaciuto ritrarre i portatori di
handicap con i loro umanissimi difetti, me li rendono "più veri"
mentre di solito sono rappresentati in modo patetico e irreale,
"sfruttati" per strappare le lacrime al pubblico.
Ne "La seconda notte di nozze" è la Liliana-Ricciarelli ad
approfittarsi di Giordano-Albanese, mentre ho dovuto cambiare ruolo a
Marcorè (non potevo fargli sempre fare la parte del buono
così ho "mescolato le carte") che è diventato un vile
privo di qualità.
A me sono sempre piaciute le persone umili. Questi "esseri" hanno il
grande potere di purificarci ... succede quando si passa un'intera
giornata con uno di loro : tirano fuori tutto quello che abbiamo dentro
e ci riempiono con il loro ottimismo senza limiti, la gioia di vivere
pura.
L'umiltà la si vede nel primo approccio : c'è chi mostra
i muscoli in modo competitivo (e partono i ragionamenti per una gara
interpersonale nella testa di entrambi gli interlocutori) e chi invece
ti parla subito dei suoi limiti, che è una cosa bellissima
perchè è un'ottima prima mossa. Infatti al proprio turno
non si possono che avere due soli tipi di reazione : ricambiare
cominciando un dialogo vero ed intimo, oppure lasciare subito ("in
fondo chi è questo qua che mi viene a dire i fatti suoi ? Meglio
diffidare" sarebbe il pensiero più logico e razionale).
Ugo Tognazzi addirittura incedeva nelle confidenze ed era imbarazzante
- secondo me esagerava pure o inventava - ma poi dava il massimo al
regista che lo comprendeva e stava al gioco, invece faceva impazzire
quello che lo prendeva sotto-gamba (pochi attori sapevano far andare
fuori di matto la produzione come lui).
Il ragazzo più straordinario che ho conosciuto in vita mia
è nato qui a Bologna e si chiamava Nik Novecento. Era una
persona incredibile, si alzava al mattino e trovava ogni cosa
meravigliosa : che bella giornata, che belli questi alberi, che bella
quell'altra cosa e così via per tutto il giorno. Si stupiva di
tutto e per questo era veramente felice, tanto che proprio per
un'eccessiva felicità morì, proprio così :
è possibile e lo posso dire perchè praticamente mi
morì tra le braccia.
Mi ricordo che in quel periodo lavorava nella trasmissione televisiva
"Jeans" con Fabio Fazio e quel giorno a Nik capitarono non una ma
addirittura quattro cose belle : 1 - aveva finalmente strappato un
appuntamento (per quello stesso pomeriggio alle quattro) a una
segretaria cui filava dietro da mesi e gli aveva sempre detto di no 2 -
aveva ottenuto la garanzia di periodiche partecipazioni al Maurizio
Costanzo Show per tutta la stagione con un "gettone" di presenza pari a
L. 500.000 (guardate bene che allora Costanzo non scuciva un soldo ai
suoi ospiti) 3 - era riuscito ad accendere il mutuo per comprare
l'appartamento ai suoi genitori (non ne avevano mai avuto uno di loro
proprietà) e 4 - un nuovo contratto per altri film da fare con
me, motivo per il quale eravamo insieme a tavola.
Mangiammo al ristorante, ridemmo tanto e io gli ripetei mille volte :
"Ma guarda che questa è la più bella giornata della tua
vita ! Guarda come sei felice !" e lui rideva ... ancòra in
auto, dirigendoci verso l'ufficio io lo presi in giro bonariamente,
cosa di cui mi rammarico - potete immaginare - visto come sono andate
le cose. Arrivammo alla palazzina e presi l'ascensore mentre lui
salì le scale di corsa ... ero già alla scrivania con il
contratto tra le mani che udii quel tonfo per terra ... gli venne un
colpo e non si accorse nemmeno di morire, tutte quelle emozioni furono
troppo forti per il suo cuore. A distanza di anni penso che un ragazzo
come lui non potesse avere una morte diversa da quella, contento nel
giorno più felice della sua vita.
Insomma sono innamorato dei semplici che in questa società in
cui tutto deve essere soppesato e calcolato all'infinitesimale, sono
ovviamente visti come ebeti, degli idioti.
Secondo me sono proprio loro gli eroi di questo nostro tempo malato di
protagonismo e di cinismo, e faremmo bene a rivalutarli (come io cerco
di fare nei miei film).
Su Federico
Fellini
C'è un aneddoto che vorrei raccontare su Fellini, anzi due.
Premetto che la nostra amicizia è iniziata tardi, cioè
quando era ormai al termine della carriera e gli anni dei suoi film
più famosi erano passati. Ha continuato a fare film straordinari
ma la gente che lo fermava per strada ricordava i grandi successi degli
anni '60 ... gli avevo scritto un milione di lettere ma lui non mi
aveva mai e ripeto mai risposto una sola volta. Capitò che
abitando a Roma in via del Babbuino e lui in via Margutta ci
incrociammo per strada, camminando in diverse direzioni (lui andava al
parcheggio per prendere l'auto e arrivare a Cinecittà e io in
ufficio) sugli opposti marciapiedi ... allora c'era la moda di questi
abiti lunghi in pelle nera, i basettoni, le borchie - anche io ero
vestito così - e appena lo vidi mi fermai a guardarlo : si
accorse di un tizio conciato in quella maniera che lo fissava e penso
che ebbe un po' paura, accelerò il passo e andò via. La
scena si ripetè il giorno dopo, e poi quello dopo ancòra
e via dicendo ... era sempre più intimorito da queste strane
attenzioni, finchè mi decisi : dovevo attraversare la strada ! E
una mattina lo feci. Tirai dritto per incontrarlo e quello si
accartocciò al muro temendo un'aggressione o peggio ... gli
dissi : "SONO PUPI AVATI !" e lui : "PUPONE !" (si ricordava delle
lettere che evidentemente leggeva, anche se non si era mai preseo la
briga di rispondermi) ... mi abbracciò fortissimo ... devo qui
spiegare che Fellini amava toccare le persone (e non solo le donne)
semplicemente perchè gli piaceva il contatto fisico con chi
stava in sua compagnia - non per altro - ed era molto paterno (in lui
infatti vedevo proprio un secondo padre) : dopo tanti tentativi,
quall'abbraccio mi diede una felicità immensa !
Diventai suo amico ed ebbi l'occasione di partecipare alla proiezioni
private dei suoi ultimi tre capolavori. Che cos'è una proiezione
privata ? Semplicemente un autore invita le persone più strette
ad un vero e proprio test della versione non definitiva del proprio
film. Non si faceva ancòra il montaggio digitale perciò
la pellicola era tagliata e riattaccata con lo scotch, c'erano dei
fotogrammi neri al termine di una bobina, i dialoghi non erano stati
doppiati, si sentivano la voce fuori-campo del regista e tutti i
rumori, mancava la colonna sonora e al suo posto alcuni dischi messi
sullo stereo del set per creare l'atmosfera ... insomma era
raffazzonato ma dava già un'idea - a chi di cinema se ne intende
- di cosa sarebbe stato il prodotto finale e della sua qualità
artistica, intrinseca. L'episodio capitò durante la proiezione
privata de "La voce della luna" - quello con Roberto Benigni e Paolo
Villaggio - in una saletta di via Margutta.
Fellini ci accolse pregandoci di non fare attenzione a questo o a quel
particolare da aggiustare, era - come sempre - preoccupatissimo delle
opinioni dei suoi primi spettatori. Eravamo in nove quella sera e io
stavo seduto tra Giulietta Masina e Sergio Zavoli - vicino al
mixer-audio - e cominciò la proiezione ... luci spente e il
caratteristico frullìo della macchina ... dopo dieci minuti si
udì un BEEP ... e poi la Masina prese a parlare al telefono :
"Sì ... gli piace ... ti assicuro che gli sta piacendo, piace a
tutti !". Passarono altri 10-15 minuti e un altro BEEP, di nuovo la
moglie, un poco più spazientita : "Hanno riso ... sì
Federico, a quella scena hanno riso ... h-a-n-n-o r-i-s-o t-u-t-t-i ti
dico ! Sì, dicono che è b-e-l-l-i-s-s-i-m-o !". Per tre
volte nella serata squillò il telefono e il maestro ansioso
chiedeva quali erano le nostre reazioni ... ma noi che avevamo il
privilegio di vedere la sua opera in fase di montaggio - per le
caratteristiche di quel gruppo selezionato di cinefili addetti ai
lavori - se anche avessimo visto due ore di bobina fatta di fotogrammi
neri alla fine avremmo gridato al capolavoro !
Questo per dire del rapporto sensibile che il più grande regista
che ci sia mai stato in Italia, in Europa e forse nel mondo aveva con
il suo pubblico !
[ dichiarazioni
raccolte martedì 15 novembre 2005 alla
presentazione del libro "La seconda
notte di nozze"
nella libreria "Feltrinelli
International"
di via Zamboni n. 7 a Bologna ]
[ il Bufalo
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