Post del 16 - 11 - 2005

La sera di martedì 15 novembre - ieri - il maestro Pupi Avati ha presentato il libro "La seconda notte di nozze" (ed. Piccola biblioteca Oscar Mondadori) alla libreria "Feltrinelli International" di via Zamboni n. 7 a Bologna. Non mi sono fatto perdere l'occasione di ascoltare la chiosa dell'autore bolognese in una carrellata su letteratura e cinema come una cena tra amici in cui ci si apre anche a confidenze che l'esperto "domatore di leoni" e grande affabulatore ha concesso con mestiere ad una "platea" deliziata. Non ho potuto accedere alla piccola sala messa a disposizione ma forse è stato meglio, perchè mi sono concentrato sulla persuasiva voce che fuoriusciva dagli altoparlanti dislocati nel resto della libreria ed usualmente utilizzati per le comunicazioni interne dei dipendenti, e ho memorizzato - con dolore fisico - quanto ho scritto cercando di essere fedele il più possibile alle dichiarazioni originali (per questa trasposizione "artigianale" non ho virgolettato il testo che segue). Che sia l'ora che mi compri un I-Pod con microfono ?

Nei suoi film c'è una scena in particolare che m'è rimasta impressa nel tempo, anzi confesso che mi turbava il sonno dandomi una nausea insopportabile fino al risveglio : il pranzo di fidanzamento a Porretta Terme in "Storia di ragazzi e di ragazze". L'incessante, interminabile lista delle pietanze letta dallo zio - mi pare - evocava in me i sapori eccessivi della cucina bolognese e l'insistenza insolente di genitori e nonni ad ingozzarmi di tutto quanto c'era in tavola, da cui un "peso-forma" che mi è rimasto (anche se forse è - come si dice - "strutturale") : si inizia con i tortellini in brodo, fegato fritto al limone, manzo lesso con salsa di peperone, pollastra lessa con intingolo di prezzemolo e cipolline, lepre alla cacciatora con zucchini fritti, anitra in umido accompagnata con dadini di sedano, cotoletta di maiale trifolata, coniglio arrosto con patate tirate con salvia e burro, e poi ricominciamo con maccheroni con le rigaglie, arrosto di storni, passeri e quaglie, uccellini scappati, fritto dolce e salato e per finir dolci di cinque qualità
( elenco tratto dal sito Matteomugnani.com  ). Inevitabile per me il rimembrare la casa colonica dove passavo tutti i fine-settimana della mia infanzia con i familiari, soprattutto mi stupiscono ancòra le forme sfumate dalla luce come un quadro impressionista puntiforme, due punti di colore bianco e nero (i due adorabili gatti persiani) e i particolari che lentamente vengono messi a fuoco come il risveglio dopo una sbornia. Anche la tavola imbandita ovviamente ma dopo tanti anni di cucina fast-food americana, russa e cinese ho "resettato" le regioni della lingua e soprattutto le papille gustative del "salato" che spicca - assieme al selvatico mordente della cacciagione - nella gastronomia bolognese.
Ecco la "chiave magica" dei film di Avati : la ricerca della massima definizione di un'ambiente familiare "passato" nell'età mitica dell'infanzia e della prima adolescenza, spesso localizzato nelle terre in cui anch'io sono cresciuto (consonanze bolognesi), che scatena una sincera intimità con l'autore ... le medesime sensazioni che provo quando riguardo un bianco e nero della serie di Don Camillo tratto dai romanzi di Guareschi o "Novecento" di Bernardo Bertolucci (e altre cose sue), là c'è il codice genetico di una terra e degli uomini che la calpestano (che è pure il mio). Brume umide laddove la nebbia e la terra si fondono in un'unica materia e le luci pastellate delle case contadine si contano sulle dita di una mano, nessuna superstrada e nessun condominio pre-fabbricato chilometrico. Una terra persa per sempre.

Parole di Pupi Avati raccolte dal Bufalo

Fare cinema

Mi piace molto piangere, è uno dei piaceri più grandi della mia vita ... non per la morte della mamma (per quel tipo di pianto) ma piuttosto per la commozione di un momento ... e ridere, ovviamente è bellissimo. Ecco : il massimo della vita è piangere e ridere insieme ! Avviene soltanto nella poesia e raramente in qualche film ... io cerco di fare questo nel mio cinema e devo dire che ci sono riuscito abbastanza spesso, anche in quest'ultimo ...

Ho scritto io stesso la sceneggiatura di questo film, ed è il libro che vi presento questa sera. Infatti sul cartellone voi potete leggere "un film di Pupi Avati" e non "regia di Pupi Avati" ... sapete qual'è la differenza che passa tra "autore" e "regista" ? L'Europa ai tempi della "nouvelle vague" si è inventata il cinema d'autore ... l'autore è colui che scrive il soggetto e la sceneggiatura, fa la regia e poi il montaggio, magari non fa tutto da solo ma sovrintende e gestisce in prima persona tutto il processo produttivo. Ai giorni nostri v'è una grande confusione su questo "marchio di fabbrica", per esempio il mio amico Salvatores ha fatto un lungometraggio che è uscito nelle sale a maggio tratto dal romanzo di Grazia Versani "Quo vadis, baby ?" e nella reclame ha fatto scrivere "un film di Gabriele Salvatores" ... non è vero ! Perchè la sceneggiatura non è sua, è il romanzo della Versani ... addirittura ho visto in televisione lo sceneggiato "I promessi sposi" e ho letto nei titoli di testa "un film di Francesca Archibugi" ... da un'idea di Alessandro Manzoni ? [ risate ]

Che differenza c'è tra un libro ed un sceneggiatura cinematografica ? Innanzitutto il tempo usato per la narrazione : io per "La seconda notte di nozze" ho scritto usando il tempo passato - come faccio sempre - le sceneggiature dei film sono al tempo presente. Il tempo passato ci dà l'idea di qualcosa di concluso, di già successo ... Fellini, guardando a Rimini il Grand Hotel si sorprese e disse : "Ma come è possibile che sia ancòra qui ? L'ho già messo in un mio film ...", questo per dire della capacità persuasiva del cinema di fissare gli eventi nel tempo ed essere "definitivo" nella percezione degli spettatori. Pertanto la mia scrittura è coerente con questa caratteristica filmica.
Ma non è lunica differenza : il romanzo è più ricco di particolari e vi si trova scritto addirittura  il pensiero dei personaggi, mentre nel copione ci sono soltanto i dialoghi. Insomma si potrebbe anche dire che il libro è un prodotto "finito" mentre la sceneggiatura è accresciuta e risolta solamente con l'aggiunta delle immagini ... io scrivo le mie idee in forma letteraria prima di girare il film - "anticipandolo" - e potrei farmi obiezione di questo che è a tutti gli effetti un paradosso.
Gli attori stessi non sono abituati a memorizzare una sceneggiatura scritta al tempo passato, è capitato diverse volte che dopo aver letto la propria parte mi chiedessero : "Va bene, ma dov'è il copione ?". Il libro inoltre mi dà tutte le informazioni di cui ho bisogno e questo è importante perchè talvolta può capitare che dalla scrittura alla realizzazione passi molto tempo. Per esempio ho aspettato ben quattro anni per potere girare "La casa dalle finestre che ridono", che ho scritto nel 1972 e realizzato nel 1976 quando trovai i finanziamenti necessari ... in questo lasso di tempo alcune cose possono essere dimenticate e altre travisate, interpretate in maniera differente. L'accuratezza di una buona scrittura mi evita anche eventuali equivoci con gli attori : mi ricordo una volta con Tognazzi, discutemmo una notte intera di un copione scritto nella maniera classica - all'inizio li facevo anch'io così - poi alla fine decise lui che cosa fare esattamente (come sempre, era un attore di grande intelligenza ed era impossibile cambiare i suoi convincimenti).
Quando scrivo cerco il linguaggio più semplice possibile e i miei personaggi devono sembrare veri, non sono lo scrittore che ha sempre a portata di mano il dizionario dei sinonimi, come tanti fanno per cercare l'espressione ad effetto e una scrittura barocca, non ce l'ho nemmeno ... ho rifatto il romanzo dieci volte sgrezzandolo progressivamente di tutte le complicazioni perchè le parole sembrassero davvero uscire dalla bocca dei personaggi, i gesti e i sentimenti fossero credibili ... si è credibili quando si racconta un po' di se stessi.

"La seconda notte di nozze" è una storia d'amore. E' difficilissimo scrivere al giorno d'oggi una storia d'amore originale. Quella "standard" è : un ragazzo e una ragazza s'incontrano abbastanza casualmente, s'innamorano, si amano, poi subentra un evento negativo che mette in crisi la coppia (un litigio, un tradimento o altro) fino a due finali possibili, ovvero 1) passa il brutto momento e si sposano oppure 2) non passa e finisce tutto. Sono stati fatti film a bizzeffe con questo schema e non se ne può davvero più !
In questa storia ambientata negli anni del dopoguerra una donna in età non più giovane - Liliana - a causa delle gravi difficoltà economiche si trasferisce da Bologna alla Puglia con il figlio Nino, per andare a vivere nella masseria del cognato Giordano - fratello del defunto marito - che in gioventù era stato innamoratissimo di lei. Per lei è la seconda notte di nozze, per lui è la prima ... aggiungo che lei è una donna smaliziata e - dicono - di facili costumi e ne farà di tutti i colori a lui che è piuttosto ingenuo, eppoi c'è lo scontro tra due mentalità - quella del nord e quella del sud - che allora erano diversissime. [ una signora gli chiede di svelare il finale, insistendo, e lui risponde ] no, non glielo dico ma le posso assicurare che è un finale assolutamente imprevedibile, comprate il libro per saperlo ...  andate a vedere il film ... anzi fate entrambe le cose. Eppoi è inutile che io lo sveli perchè l'ho già cambiato, non più quello di questa edizione ! [ risate ]

Dopo la scrittura bisognava fare il cast, ovvero scegliere gli attori. Il nome per il ruolo della madre ne "La seconda notte di nozze" mi venne una sera a cena, dopo aver bevuto una quantità di vino superiore al mio solito (ho già una buona media personale) e nel momento in cui mi s'aprì la testa (il vino porta a questo) dissi : "Katja Ricciarelli !". Silenzio in tutto il ristorante - sì proprio così, non solo al tavolo in cui stavo con gli amici ma in tutta la sala la gente ammutolì - e addirittura i cuochi uscirono sbigottiti dalla cucina e chiesero : "Katja Ricciarelli ?" [ risate ] ... in verità se lo chiedevano tutti e mi sconsigliavano di scegliere lei, per la sua totale inesperienza nel cinema non era considerata una buona scelta ma io ... quando ci sono troppi venti contrari mi piace andare "contro", perchè il vento gira e quando succede è allora che ti porta in alto ... più cercavano di dissuadermi dalla mia intenzione, più io ne ero convinto. D'altronde chi potevo scegliere ?
Stefania Sandrelli magari. E' un mito, ma lei ha già fatto film importanti con Pietro Germi, Antonio Pietrangeli, Ettore Scola ed altri, pellicole che hanno fatto la storia del cinema : io che le potevo dare di più ? A un autore piace la scommessa, è là che si vede la bravura di plasmare un'attrice alle necessità di una storia da raccontare ... Virna Lisi, Claudia Cardinale ? Ditemi voi ... sono tutte bravissime, vale lo stesso ragionamento. Sophia Loren ? Beh, forse andrebbe bene per il ruolo della nonna, anche se ben messa [ risate ]. Sono andato testardo per la mia strada e dopo averle fatto leggere la sceneggiatura, mi sono incontrato con la Ricciarelli e le ho chiesto : "Lo puoi fare ?". Lei mi ha risposto, perentoria e determinata : "Sì, e b-e-n-i-s-s-i-m-o !". Davanti a tanta sicurezza le ho fatto firmare i contratti, poi si è fatta fare i vestiti di scena su misura nella sartoria ... e cosa succede ? Al primo ciak stecca clamorosamente la battuta e se ne esce con un'intonazione da gorgheggi ed esercizi nel camerino prima di un'opera (che non c'entrava niente con il contesto) : un freddo g-l-a-c-i-a-l-e nel set. Dopo le prime, palesi difficoltà arriva l'ammissione : "Non so fare nulla nel cinema, mi dovete insegnare ogni minima cosa : come si cammina, come si prende una caffettiera, come si prende il fazzoletto e come ci si soffia il naso con il fazzoletto, come si deve parlare ...". Quest'ammissione di umiltà è stata bellissima ed per tutto il tempo delle riprese la Ricciarelli è stata una persona umile e capace di imparare bene dagli attori straordinari che le stavano affianco : Neri Marcorè, Angela Luce, Marisa Merlini e Antonio Albanese che si è lasciato definitivamente alle spalle le macchiette, i personaggini, le caricature televisive ed inserito in una produzione "seria" è stato bravissimo, un grande attore veramente. Il risultato è che ha imparato così bene ed è stata così capace che la giuria del Festival di Venezia fino all'ultimo ha tenuto in piedi la sua candidatura a migliore attrice (come quella di migliore film per la mia opera) ma era davvero troppo "scandaloso" premiarla, con tutte le riserve iniziali che v'erano state sul suo conto. Io penso che il premio se lo meritasse. Ma la rivincita ce la siamo presa al botteghino, il film va molto bene e questa per noi è una grande gratificazione.

Gli archètipi

Io sono bolognese. Bologna non la posso dimenticare, è parte di me. Per questo è presente in molti dei miei film e anche all'inizio di quest'ultimo (poi ci siamo spostati in Puglia) : la scena degli sfollati girata nella chiesa di via Galliera, un alto esterno davanti alla società filarmonica di via Guerrazzi ... a Bologna ho passato i primi trent'anni della mia vita (che sono quelli che contano), i successivi trentasette a Roma. Dal trentesimo più uno è già tutta un'altra cosa perchè è così : quando si è giovani si vuole essere più grandi, arrivare ... e quando si è arrivati oltre si vorrebbe essere più giovani ... insomma è il destino umano non essere mai "comodi" nella propria età anagrafica !
A questo punto è necessario parlare degli archètipi. Che cos'è un archètipo ? Un'idea o meglio ciò che una parola evoca, "tira fuori" da noi nel momento che la si pronuncia. Prendiamo per esempio la parola "frappè", che cosa significa per voi ? Per me significa : 9 giugno 1946 in via San Vitale numero 51.
Quel giorno stavo scendendo le scale con mia sorella mentre mia madre aveva le doglie per il parto di mio fratello Antonio e tirava degli urli impressionanti ... ci accompagnavano ai giardini a mangiare il gelato perchè ai bambini non era acconsentito nemmeno di stare in casa durante il travaglio ... a metà strada incontrammo mia zia Flora che invece saliva con un bicchierone bianco e torbido che attirò la mia curiosità, lei disse : "Lo vuoi assaggiare ? E' un frappè", ecco la parola "magica" svelata ... f-r-a-p-p-è ... mi avvicinò il bicchiere e mi fece bere dalla cannuccia questo liquido dolcissimo e buonissimo che da allora - tra gli altri pensieri - io associo al ricordo di quella particolare giornata e della zia che me lo fece bere per la prima volta. Lo portava alla mamma perchè all'improvviso le era venuta la voglia di frappè, voleva partorire bevendo un frappè allo stesso tempo !
E' dimostrato anche dalla scienza che nei primi 5 - 6 anni di vita avviene l'"imprinting", nella scoperta del mondo vengono fissate indelebilmente immagini, idee e regole primordiali che ci porteremo appresso per tutta la vita. In quegli anni ero sfollato con la mia famiglia a Sasso Marconi e là c'era tutto : i parenti, lo stato di disagio, i bisogni quotidiani, i sentimenti e l'allegria. I gesuiti dicono : "Portateci il vostro bambino e lo terremo per i primi cinque anni di vita : lo educheremo, poi ve lo restituiremo. Sarà sempre con noi" e hanno ragione. Così ho inserito quelle scene all'inizio del film.

E' una cosa normale abbellire la propria biografia ... dire il falso nel presente è negativo e non sta bene, ma sul passato è concesso mentire ! Le situazioni dei miei film sono per un 90% immaginate, i fatti reali della mia vita servono da spunto per l'innesco della narrazione. Eppure a distanza di anni tra "vita" e "rappresentazione cinematografica" capita che qualche mio amico bolognese di lunga data mi chiami per complimentarsi di una scena rimaneggiata sui ricordi in cui si riconosce tra i personaggi, dicendomi che "Era proprio andata così, bravo ! E-s-a-t-t-o !" e via a ricordare un fatto che in larga parte è immaginario !
Questo non per un'inclinazione alla menzogna, ma perchè trovo che sia naturale ricordare "in meglio" gli eventi passati. Come quella volta che dopo il jazz tornai a casa con un'amica e davanti al portone provai a baciarla : io le dicevo tante belle paroline e lei mi diceva tante cattive paroline, non ne voleva sapere ... se oggi dovessi fare recitare la scena ad attori, senz'altro le darei un altro esito, positivo !
Il prossimo film invece lo girerò a interamente a Cinecittà in una villa ricostruita negli studi. Nel cast ci sono tre donne (due di queste hanno già lavorato con me) : Inès Sastre, Vanessa Incontrada e Violante Placido sono le figlie di un cattivissimo Diego Abatantuono. C'è anche Francesca Neri. Insomma per uno timido come me nell'approccio con le donne - sono stato sempre imbranato, come vi ho detto - sarà un'ulteriore occasione per provarci ... o perlomeno soddisferò la vista !

Gli umili

Nei miei film ci sono sempre personaggi che ricordano i semplici delle "Beatitudini" [ il discorso della Montagna nel Vangelo di Matteo, 5, 1-12 ] ingenui e buoni oltre ogni misura, che si trovano male in questo mondo nient'affatto bello, in continuo contrasto con gli altri, scaltri e smaliziati se non proprio cattivi.
Per esempio ne "Il cuore altrove" la ragazza cieca interpretata da Vanessa Incontrada è cattivissima mentre il personaggio di Neri Marcorè è troppo buono e usato da lei per i suoi scopi. Devo confessare che mi è piaciuto ritrarre i portatori di handicap con i loro umanissimi difetti, me li rendono "più veri" mentre di solito sono rappresentati in modo patetico e irreale, "sfruttati" per strappare le lacrime al pubblico.
Ne "La seconda notte di nozze" è la Liliana-Ricciarelli ad approfittarsi di Giordano-Albanese, mentre ho dovuto cambiare ruolo a Marcorè (non potevo fargli sempre fare la parte del buono così ho "mescolato le carte") che è diventato un vile privo di qualità.
A me sono sempre piaciute le persone umili. Questi "esseri" hanno il grande potere di purificarci ... succede quando si passa un'intera giornata con uno di loro : tirano fuori tutto quello che abbiamo dentro e ci riempiono con il loro ottimismo senza limiti, la gioia di vivere pura.
L'umiltà la si vede nel primo approccio : c'è chi mostra i muscoli in modo competitivo (e partono i ragionamenti per una gara interpersonale nella testa di entrambi gli interlocutori) e chi invece ti parla subito dei suoi limiti, che è una cosa bellissima perchè è un'ottima prima mossa. Infatti al proprio turno non si possono che avere due soli tipi di reazione : ricambiare cominciando un dialogo vero ed intimo, oppure lasciare subito ("in fondo chi è questo qua che mi viene a dire i fatti suoi ? Meglio diffidare" sarebbe il pensiero più logico e razionale).
Ugo Tognazzi addirittura incedeva nelle confidenze ed era imbarazzante - secondo me esagerava pure o inventava - ma poi dava il massimo al regista che lo comprendeva e stava al gioco, invece faceva impazzire quello che lo prendeva sotto-gamba (pochi attori sapevano far andare fuori di matto la produzione come lui).

Il ragazzo più straordinario che ho conosciuto in vita mia è nato qui a Bologna e si chiamava Nik Novecento. Era una persona incredibile, si alzava al mattino e trovava ogni cosa meravigliosa : che bella giornata, che belli questi alberi, che bella quell'altra cosa e così via per tutto il giorno. Si stupiva di tutto e per questo era veramente felice, tanto che proprio per un'eccessiva felicità morì, proprio così : è possibile e lo posso dire perchè praticamente mi morì tra le braccia.
Mi ricordo che in quel periodo lavorava nella trasmissione televisiva "Jeans" con Fabio Fazio e quel giorno a Nik capitarono non una ma addirittura quattro cose belle : 1 - aveva finalmente strappato un appuntamento (per quello stesso pomeriggio alle quattro) a una segretaria cui filava dietro da mesi e gli aveva sempre detto di no 2 - aveva ottenuto la garanzia di periodiche partecipazioni al Maurizio Costanzo Show per tutta la stagione con un "gettone" di presenza pari a L. 500.000 (guardate bene che allora Costanzo non scuciva un soldo ai suoi ospiti) 3 - era riuscito ad accendere il mutuo per comprare l'appartamento ai suoi genitori (non ne avevano mai avuto uno di loro proprietà) e 4 - un nuovo contratto per altri film da fare con me, motivo per il quale eravamo insieme a tavola.
Mangiammo al ristorante, ridemmo tanto e io gli ripetei mille volte : "Ma guarda che questa è la più bella giornata della tua vita ! Guarda come sei felice !" e lui rideva ... ancòra in auto, dirigendoci verso l'ufficio io lo presi in giro bonariamente, cosa di cui mi rammarico - potete immaginare - visto come sono andate le cose. Arrivammo alla palazzina e presi l'ascensore mentre lui salì le scale di corsa ... ero già alla scrivania con il contratto tra le mani che udii quel tonfo per terra ... gli venne un colpo e non si accorse nemmeno di morire, tutte quelle emozioni furono troppo forti per il suo cuore. A distanza di anni penso che un ragazzo come lui non potesse avere una morte diversa da quella, contento nel giorno più felice della sua vita.
Insomma sono innamorato dei semplici che in questa società in cui tutto deve essere soppesato e calcolato all'infinitesimale, sono ovviamente visti come ebeti, degli idioti.
Secondo me sono proprio loro gli eroi di questo nostro tempo malato di protagonismo e di cinismo, e faremmo bene a rivalutarli (come io cerco di fare nei miei film).

Su Federico Fellini

C'è un aneddoto che vorrei raccontare su Fellini, anzi due. Premetto che la nostra amicizia è iniziata tardi, cioè quando era ormai al termine della carriera e gli anni dei suoi film più famosi erano passati. Ha continuato a fare film straordinari ma la gente che lo fermava per strada ricordava i grandi successi degli anni '60 ... gli avevo scritto un milione di lettere ma lui non mi aveva mai e ripeto mai risposto una sola volta. Capitò che abitando a Roma in via del Babbuino e lui in via Margutta ci incrociammo per strada, camminando in diverse direzioni (lui andava al parcheggio per prendere l'auto e arrivare a Cinecittà e io in ufficio) sugli opposti marciapiedi ... allora c'era la moda di questi abiti lunghi in pelle nera, i basettoni, le borchie - anche io ero vestito così - e appena lo vidi mi fermai a guardarlo : si accorse di un tizio conciato in quella maniera che lo fissava e penso che ebbe un po' paura, accelerò il passo e andò via. La scena si ripetè il giorno dopo, e poi quello dopo ancòra e via dicendo ... era sempre più intimorito da queste strane attenzioni, finchè mi decisi : dovevo attraversare la strada ! E una mattina lo feci. Tirai dritto per incontrarlo e quello si accartocciò al muro temendo un'aggressione o peggio ... gli dissi : "SONO PUPI AVATI !" e lui : "PUPONE !" (si ricordava delle lettere che evidentemente leggeva, anche se non si era mai preseo la briga di rispondermi) ... mi abbracciò fortissimo ... devo qui spiegare che Fellini amava toccare le persone (e non solo le donne) semplicemente perchè gli piaceva il contatto fisico con chi stava in sua compagnia - non per altro - ed era molto paterno (in lui infatti vedevo proprio un secondo padre) : dopo tanti tentativi, quall'abbraccio mi diede una felicità immensa !
Diventai suo amico ed ebbi l'occasione di partecipare alla proiezioni private dei suoi ultimi tre capolavori. Che cos'è una proiezione privata ? Semplicemente un autore invita le persone più strette ad un vero e proprio test della versione non definitiva del proprio film. Non si faceva ancòra il montaggio digitale perciò la pellicola era tagliata e riattaccata con lo scotch, c'erano dei fotogrammi neri al termine di una bobina, i dialoghi non erano stati doppiati, si sentivano la voce fuori-campo del regista e tutti i rumori, mancava la colonna sonora e al suo posto alcuni dischi messi sullo stereo del set per creare l'atmosfera ... insomma era raffazzonato ma dava già un'idea - a chi di cinema se ne intende - di cosa sarebbe stato il prodotto finale e della sua qualità artistica, intrinseca. L'episodio capitò durante la proiezione privata de "La voce della luna" - quello con Roberto Benigni e Paolo Villaggio - in una saletta di via Margutta.
Fellini ci accolse pregandoci di non fare attenzione a questo o a quel particolare da aggiustare, era - come sempre - preoccupatissimo delle opinioni dei suoi primi spettatori. Eravamo in nove quella sera e io stavo seduto tra Giulietta Masina e Sergio Zavoli - vicino al mixer-audio - e cominciò la proiezione ... luci spente e il caratteristico frullìo della macchina ... dopo dieci minuti si udì un BEEP ... e poi la Masina prese a parlare al telefono : "Sì ... gli piace ... ti assicuro che gli sta piacendo, piace a tutti !". Passarono altri 10-15 minuti e un altro BEEP, di nuovo la moglie, un poco più spazientita : "Hanno riso ... sì Federico, a quella scena hanno riso ... h-a-n-n-o r-i-s-o t-u-t-t-i ti dico ! Sì, dicono che è b-e-l-l-i-s-s-i-m-o !". Per tre volte nella serata squillò il telefono e il maestro ansioso chiedeva quali erano le nostre reazioni ... ma noi che avevamo il privilegio di vedere la sua opera in fase di montaggio - per le caratteristiche di quel gruppo selezionato di cinefili addetti ai lavori - se anche avessimo visto due ore di bobina fatta di fotogrammi neri alla fine avremmo gridato al capolavoro !
Questo per dire del rapporto sensibile che il più grande regista che ci sia mai stato in Italia, in Europa e forse nel mondo aveva con il suo pubblico !

[ dichiarazioni raccolte martedì 15 novembre 2005 alla presentazione del libro "La seconda notte di nozze" nella libreria "Feltrinelli International" di via Zamboni n. 7 a Bologna ]

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 Post del 17 - 11 - 2005



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Qualche link sul maestro
La seconda notte di nozze
Ma quando arrivano le ragazze
Il cuore altrove
I cavalieri che fecero l'impresa
filmografia







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