Post del 12 - 09 - 2008

Rovina

(recensione del romanzo di Simona Vinci)

E' così che ho cominciato a immaginare una storia. Solo che questa storia non era come le altre che avevo scritto fino a quel momento, era una storia che non mi permetteva di restarmene chiusa in casa davanti al computer, come più o meno avevo sempre fatto, ma mi chiedeva di uscire, di attraversare il parco, raggiungere la strada e mettermi a camminare. E così ho cominciato a camminare per ore in mezzo ai camion, in preda ad una vera e propria ossessione, prendendo appunti, fotografando gli stessi incroci, le stesse case, a settimane, o mesi di distanza, per documentare i cambiamenti, per mappare il territorio, per appropriarmene [ ... ]

(Simona Vinci)

Nella ridente Pianura Padana ...

VerdeNero - Noir di ecomafia è una collana dedicata agli abusi sull'ambiente perpetuati per presunte negligenze degli amministratori pubblici ed interessi finanziari (personali) solidi : non si capisce - altrimenti - il motivo per cui in questo paese pezzente che detiene il record europeo - e forse mondiale - di metri cubi di cemento armato pro-capite si costruisca ancòra dell'edilizia abitativa.
Anzichè recuperare il preesistente, ristrutturare quartieri oggi invivibili, impegnarsi in infrastrutture vantaggiose per l'economia e magari nel verde che fa bene ai polmoni di tutti ed anche dei benestanti ... si continua a divorare la terra, ossessivamente : come un essere mostruoso di proporzioni colossali ma radicalmente idiota, che si ciba di sè stesso fino all'inevitabile morte.
Finchè ce ne sarà una zolla, di questa terra straordinariamente fertile e buona per coltivare il bene primario che ci nutre.
Poi mangeremo tutti "farina di cemento" rosicata dai muri delle tante opere inutili, suppongo : c'è già chi gratta la tempera bianca nei bagni dei bar per tagliare la cocaina, ricordo la barista che si lamentava di questa particolare specie neo-genetica di "roditori", che le rovinavano i muri della toilette ...
Pensavo al romanzo di Simona Vinci che ho letto un mese fa e a questa oggettiva situazione patologica del "paese più bello del mondo" - involontario e ingenuo sarcasmo - dieci giorni fa, quando ho fatto una zingarata sull'appennino dal centro di Bologna, e fino al paese di Pianoro Vecchio è stato un continuum di quartieri - condomini - abitazioni private : la Pianura Padana è un'unica megalopoli, una gabbia intralicciata con acciaio - cemento - carni e (per fortuna) fibre ottiche per 30 milioni di cittadini senza via di scampo.
C'è chi colleziona case e chi - come accadeva nella cara Unione Sovietica ed ancòra oggi in quelle regioni - deve condividere un solo appartamento con altri nuclei familiari.
E i disperati non cessano d'arrivare sulle coste, collassando velocemente una situazione sociale al limite nella quale non mi pare davvero irreale - in tempi brevi - un pogrom contro alcune comunità di stranieri : c'è già stato quello contro un campo-nomadi a Napoli ma credo che ne arriveranno altri, lo spazio è quello che è e lo stanno velocemente saturando i palazzinari senza coscienza.
Viviamo in una gabbia per topi, siamo tutti piccoli roditori con qualche gatto a fare la sentinella sulle torrette che intermezzano il filo spinato.

Dov'è la Vita ?

Devo essere onesto : leggendo dei cricetini - Annamaria L. G., Fabio e Marilena Z. - traumatizzati dagli eventi di cronaca nel paesino posto dall'autrice tra Reggio Emilia e Parma, ero combattuto tra l'abbandonare il libro a causa dell'eccesso di disgusto, e il godimento sadico per le sfighe che s'abbattevano - giustamente - su quel "terziario disavanzato", smarrito e confuso che secondo me andrebbe reinserito in blocco nell'agricoltura.
Protagonista principale e sfondo scenografico assieme, il residence "villaggio Nuova Aurora" in costruzione lungo la via Emilia e favorito da mazzette e strani affari, è il tetro "motore" dei fatti che travolgono un angolo di innocenza perduta. E predestinata a smarrirsi per una precisa meccanica che parte da lontano.
Con le figure più ambigue ma colorite ed umane - dico pure accattivanti - che sono proprio quelle dei "cattivi" e dei loro conniventi, l'opera decolla : dall'amante del geometra - un'infermiera - che è l'ingranaggio in subappalto dell'impresa edile principale, al padrino che "posa la mano" sulla veduta del terreno "predestinato" al cantiere infame, al geometra che con la sua piccola ditta edile è l'esecutivo sul luogo, all'imprenditrice che viene sparata nella bottega del macellaio ed è il personaggio più "letterario", che parla da morta ... fino al muratore che mette l'esperienza e le braccia "per campare" e tuttavia decide di raccontare la sofferenza di lavorare con una gamba ammaccata ad un blogger, nella gag finale di questa carrellata di vite costrette tra loro.
Le "vignette" dei protagonisti sono girate con tecnica cinematografica ed un continuo movimento di camera, inquadrate in luoghi diversi - dallo studio televisivo a quello dello psicoterapeuta - intermezzate da asettiche note di cronaca scritte in corsivo da una posizione "terza" e fuori-sincrono con la linea narrativa principale.
Le responsabilità sono frammentate, è un'intera filiera di varie competenze che porta avanti l'autofagia reale di questa nazione.
Il primo messaggio dello scritto è questo : a questo Paese è connaturato il malaffare, che è una rete inestricabile di legami come l'"erba cattiva", puoi strapparlo in un singolo luogo ma ricrescerà immediatamente qualche chilometro più lontano ... finché ci sarà terra, come scrivevo poc'anzi.
I perdenti sono i "bravi ragazzi" che sognano garanzie sociali ormai inesistenti e sono inadeguati a vivere in questo nuovo sistema di relazioni, sballottati come all'autoscontro e dimessi come segnati dal Destino.
Chi non s'adegua e - tutto sommato - ne esce pulito è il padre suicida di Sara G. (l'infermiera e piccola proprietaria terriera) : simbolo dell'interruzione delle comunicazioni tra vecchie e nuove generazioni, di un salto culturale dalla servitù/appartenenza alla terra ad una modernità distorta fatta di arrivismo sociale e sciocchi sogni di plastica indotti dal tubo catodico ... il drammatico rigetto del "nuovo" impiccandosi al ramo robusto di un albero nel boschetto proprio dietro il cantiere in attività - quasi un "seppuku padano", ed infatti l'umarèll ne esce pulito - è un'allegoria in polaroid di questo nostro paese, in cui coloro - la generazione dei nostri genitori e nonni - che l'hanno risollevato dopo la disastrosa guerra nazi-fascista, l'hanno poi consegnato
nelle mani dei burattinai e di un futuro travolto da un boom edilizio inatteso, costruito male e/o lasciato a metà, come tante opere di pubblico uso.
Spesso inconsapevolmente, per ignoranza e le torbide "confuse certezze" indotte dall'indottrinamento ideologico a favore delle due fazioni del "nuovo ordine mondiale" nato dopo il 1945, che si rispecchiano alla larga nella smemoratezza e nel progressivo, malinconico distacco del vecchio da mondo che non ha acquistato un nuovo senso compiuto, e da sé stesso.
E' lui l'eroe di questo romanzo noir ... che ha un finale-ritorno alla cruda realtà che straccia il "velo" della finzione : l'espediente acceca il lettore solo per poche righe, perchè il "vero" non è dissimile dall'invenzione narrativa.

Conclusioni (di un ignorante)

L'ultimo capitolo è scritto in prima persona dall'autrice, e ripercorre a memoria la genesi pluriennale di questo libro-progetto (da cui ho stralciato la citazione in apertura di post) fatta di camminate pericolose a filo di Tir, fotografie, appunti, letture sull'argomento consigliate dagli amici.
E' uno sforzo sempre notevole, quello di scrivere un romanzo socialmente impegnato che soddisfi le due condizioni basiche di un'attinenza ruvida ai fatti del "vissuto reale" mixata con una fiction mordente che sappia sedurre il lettore, e mi pare che Simona Vinci ci sia riuscita bene.
Eppure questo libro è un'ossatura che meriterebbe d'essere ulteriormente elaborata e implementata da nuovi "moduli umani", riempita d'altre carni ancòra. Elasticizzato dalla metafisica alla cronaca nera quotidiana, giocato fino al parossismo di una situazione di oggettiva emergenza.
Alla mente mi torna la lettura degli appunti
di Pier Paolo Pasolini per la stesura di "Petrolio" ... ha dimostrato come il connubio tra la polemica e la scrittura creativa sia possibile e addirittura più efficace usando il più largo range degli strumenti retorici e narrativi : trascorrono i decenni, ma il Belpaese non cessa mai di fornire nuovo, scabroso materiale di quotidiano malessere agli scrittori volenterosi.
La violenza sulla Natura e su noi stessi è incessante, virale e probabilmente inarrestabile, ma ben vengano le iniziative editoriali - come questa collana di Edizioni Ambiente - che "pestano" sull'argomento.


il Bufalo

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