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Rovina
(recensione
del romanzo di Simona Vinci)
E'
così che ho cominciato a immaginare una storia. Solo che questa
storia non era come le altre che avevo scritto fino a quel momento, era
una storia che non mi permetteva di restarmene chiusa in casa davanti
al computer, come più o meno avevo sempre fatto, ma mi chiedeva
di uscire, di attraversare il parco, raggiungere la strada e mettermi a
camminare. E così ho cominciato a camminare per ore in mezzo ai
camion, in preda ad una vera e propria ossessione, prendendo appunti,
fotografando gli stessi incroci, le stesse case, a settimane, o mesi di
distanza, per documentare i cambiamenti, per mappare il territorio, per
appropriarmene [ ... ]
(Simona Vinci)
Nella ridente Pianura Padana ...
VerdeNero - Noir di
ecomafia è una collana dedicata agli abusi
sull'ambiente perpetuati per presunte negligenze degli amministratori
pubblici ed interessi
finanziari (personali) solidi : non si capisce - altrimenti - il motivo
per cui in
questo paese pezzente che detiene il record europeo - e forse mondiale
- di
metri cubi di cemento armato
pro-capite si costruisca ancòra
dell'edilizia
abitativa.
Anzichè recuperare il preesistente, ristrutturare quartieri oggi
invivibili, impegnarsi in infrastrutture vantaggiose per l'economia e
magari nel verde che fa bene ai polmoni di tutti ed anche dei
benestanti
... si continua a divorare la terra, ossessivamente : come un essere
mostruoso di proporzioni colossali ma radicalmente idiota, che si ciba
di sè stesso fino all'inevitabile morte.
Finchè ce ne sarà una zolla, di questa terra
straordinariamente fertile e buona per coltivare il bene primario che
ci nutre.
Poi mangeremo tutti "farina di cemento" rosicata dai muri delle tante
opere inutili, suppongo : c'è già chi gratta la tempera
bianca nei bagni dei bar per tagliare la cocaina, ricordo la barista
che si lamentava di questa particolare specie neo-genetica di
"roditori", che le rovinavano i muri della toilette ...
Pensavo al romanzo di Simona Vinci che ho letto un mese fa e a questa
oggettiva situazione patologica del "paese più bello del mondo"
- involontario e ingenuo sarcasmo - dieci giorni fa, quando ho fatto
una zingarata
sull'appennino dal centro di Bologna, e fino al paese di Pianoro
Vecchio è
stato un continuum di
quartieri - condomini - abitazioni private : la
Pianura Padana è un'unica megalopoli, una gabbia intralicciata
con acciaio - cemento - carni e (per fortuna) fibre ottiche per 30
milioni di
cittadini senza via di scampo.
C'è chi colleziona case e chi - come accadeva nella cara Unione
Sovietica ed ancòra oggi in quelle regioni
- deve condividere un solo appartamento con altri nuclei familiari.
E i disperati non cessano d'arrivare sulle coste, collassando
velocemente una situazione sociale al limite nella quale non mi pare
davvero irreale - in tempi brevi - un pogrom
contro alcune
comunità di stranieri : c'è già stato quello
contro un campo-nomadi a Napoli ma credo che ne arriveranno altri, lo
spazio è quello che è e lo stanno velocemente saturando i
palazzinari senza coscienza.
Viviamo in una gabbia per topi, siamo tutti piccoli roditori con
qualche gatto a fare la sentinella sulle torrette che intermezzano il
filo spinato.
Dov'è la Vita ?
Devo essere onesto : leggendo dei cricetini - Annamaria L. G., Fabio e
Marilena Z. - traumatizzati
dagli eventi di cronaca nel paesino posto dall'autrice tra Reggio
Emilia e Parma, ero combattuto tra l'abbandonare il libro a causa
dell'eccesso di disgusto, e il godimento sadico per le sfighe che
s'abbattevano - giustamente - su quel "terziario disavanzato", smarrito
e confuso che
secondo me andrebbe reinserito in blocco nell'agricoltura.
Protagonista principale e sfondo scenografico assieme, il residence
"villaggio Nuova Aurora" in costruzione lungo la via Emilia e favorito
da mazzette e strani affari, è il tetro "motore" dei fatti che
travolgono un angolo di innocenza perduta. E predestinata a smarrirsi
per una precisa meccanica che parte da lontano.
Con le figure più ambigue ma colorite ed
umane - dico pure accattivanti - che
sono
proprio quelle dei "cattivi" e dei loro conniventi, l'opera decolla :
dall'amante del
geometra - un'infermiera - che è l'ingranaggio in subappalto
dell'impresa edile
principale, al padrino che "posa la mano" sulla
veduta del terreno "predestinato" al cantiere infame, al geometra che
con la sua piccola ditta edile è l'esecutivo sul luogo,
all'imprenditrice che viene sparata nella bottega del macellaio ed
è il personaggio più "letterario", che parla da morta ...
fino
al
muratore che mette l'esperienza e le braccia "per campare" e tuttavia
decide di raccontare la sofferenza di lavorare con una gamba
ammaccata ad un blogger, nella gag finale di questa carrellata di vite
costrette tra loro.
Le "vignette" dei protagonisti sono girate con tecnica cinematografica
ed un continuo movimento di camera, inquadrate in luoghi diversi -
dallo studio televisivo a quello dello psicoterapeuta - intermezzate da
asettiche note di cronaca scritte in corsivo da una posizione "terza" e
fuori-sincrono con la linea narrativa principale.
Le responsabilità sono frammentate, è
un'intera filiera di varie competenze che porta avanti l'autofagia reale di
questa nazione.
Il primo messaggio dello scritto è questo : a questo Paese
è connaturato il malaffare, che è una rete inestricabile
di legami come l'"erba cattiva", puoi strapparlo in un singolo luogo ma
ricrescerà immediatamente qualche chilometro più lontano
... finché ci sarà
terra, come scrivevo poc'anzi.
I perdenti sono i "bravi
ragazzi" che sognano garanzie sociali ormai inesistenti e sono
inadeguati a vivere in questo nuovo sistema di relazioni, sballottati
come all'autoscontro e dimessi come segnati dal Destino.
Chi non s'adegua e - tutto sommato - ne esce pulito è il padre
suicida
di Sara G. (l'infermiera e piccola proprietaria terriera) : simbolo
dell'interruzione delle comunicazioni tra vecchie e
nuove generazioni, di un salto culturale dalla
servitù/appartenenza
alla terra ad una modernità distorta fatta di arrivismo sociale
e sciocchi sogni di plastica
indotti
dal tubo catodico ... il drammatico rigetto del "nuovo" impiccandosi
al ramo robusto di un albero nel boschetto proprio dietro il cantiere
in attività - quasi un "seppuku padano", ed
infatti l'umarèll ne
esce pulito - è un'allegoria in polaroid di questo nostro paese, in
cui coloro - la generazione dei nostri genitori e nonni - che l'hanno
risollevato dopo la disastrosa guerra nazi-fascista, l'hanno poi
consegnato nelle mani dei burattinai e di un futuro
travolto da un boom
edilizio inatteso, costruito male e/o lasciato a metà, come
tante opere di pubblico uso.
Spesso inconsapevolmente, per ignoranza e le torbide "confuse certezze"
indotte dall'indottrinamento ideologico a favore delle due fazioni del
"nuovo ordine mondiale" nato dopo il 1945, che si rispecchiano alla
larga nella smemoratezza e nel progressivo, malinconico distacco del
vecchio da mondo che non ha acquistato un nuovo senso compiuto, e da
sé stesso.
E' lui l'eroe di questo romanzo noir
... che ha un finale-ritorno alla cruda realtà che straccia il
"velo" della finzione : l'espediente acceca il lettore solo per poche
righe, perchè il "vero" non è dissimile dall'invenzione
narrativa.
Conclusioni
(di un ignorante)
L'ultimo capitolo è scritto in prima persona dall'autrice, e
ripercorre a memoria la genesi pluriennale di questo libro-progetto (da
cui ho stralciato la citazione in apertura di post) fatta di camminate
pericolose a filo di Tir, fotografie, appunti, letture sull'argomento
consigliate dagli amici.
E' uno sforzo sempre notevole, quello di scrivere un romanzo
socialmente impegnato che soddisfi le due condizioni basiche di
un'attinenza ruvida ai fatti del "vissuto reale" mixata con una fiction mordente che sappia sedurre
il lettore, e mi pare che Simona Vinci ci sia riuscita bene.
Eppure questo libro è un'ossatura che meriterebbe d'essere
ulteriormente elaborata e implementata da nuovi "moduli umani",
riempita d'altre carni ancòra. Elasticizzato dalla metafisica
alla cronaca nera quotidiana, giocato fino al parossismo di una
situazione di oggettiva emergenza.
Alla mente mi torna la lettura degli appunti di Pier
Paolo Pasolini per la stesura di
"Petrolio" ... ha dimostrato come il connubio tra la polemica e la
scrittura creativa sia possibile e addirittura più efficace
usando il più largo range
degli strumenti retorici e narrativi : trascorrono i decenni, ma il
Belpaese non cessa mai di fornire nuovo, scabroso materiale di
quotidiano malessere agli scrittori volenterosi.
La violenza sulla Natura e su noi stessi è incessante, virale e
probabilmente inarrestabile, ma ben vengano le iniziative editoriali -
come questa collana di Edizioni Ambiente
- che "pestano" sull'argomento.
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2008
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