Post del 19 - 12 - 2005

Bello ma inaccessibile

Avrei voluto scrivere (parafrasando la recensione
di "Don't come knocking") : ben tornato Jim. Ma l'autore di "Daunbailò", "Dead man" e "Ghost Dog" (tra gli altri) non convince con questo lungometraggio che segue il pessimo "Coffee and cigarettes"  definito dalla critica benevolente "sperimentale" nell'accezione involontariamente ironica che io colgo come sinonimo di "inconsistente" e "senza idee" : una serie di piccoli episodi lasciati all'improvvisazione delle grandi firme disposte a fare poco e che non stavano insieme (inaccettabile Roberto Benigni che cerca di replicare il giovane-Benigni nello spezzone girato nel 1986 e andato in onda nel "Saturday night live") ma fotografati in un bianco e nero passabile che - si sa - fa tanto "cinema d'autore" (specchietto per le allodole). In questo progetto - tale si può chiamare - almeno c'è la buona volontà di impegnarsi in un'ora e mezza di cinema che parte bene, ma non arriva da nessuna parte.

Una missione e strani personaggi

Si comincia con una carellata sulle villette di un tranquillo quartiere residenziale americano, seguendo la postina afro- di mezz'età che consegna la corrispondenza ad una chiassosa famiglia di colore - alcuni bambini che giocano nel prato in una confusione di biancheria e suppellettili varie, mentre la madre accudisce il più piccolo - e quindi lascia alcune buste nella buchetta di una silenziosa proprietà in cui vive Don Johnston - l'attore comico Bill Murray  oramai votato al cinema d'autore, vedi "Lost in translation" di Sofia Coppola - un Don Giovanni in declino che per auto-citazionismo guarda alla tv un film sul personaggio donnaiolo ispirato da un nobiluomo spagnolo vissuto realmente nel XVII° secolo (la scena del finto-funerale inscenato per osservare le reazioni delle centinaia di donne presenti e addolorate, così grossolano e senza misura da essere comico).
La stigmatizzazione dei diversi stili di vita anticipa l'introduzione di un personaggio-chiave del film : il vicino di casa e meccanico Winston - Jeffrey Wright - che è approssimativo, entusiasta e generoso, completamente diverso da Don che è freddo, sarcastico e persino parsimonioso di parole (un misantropo) nonchè benestante (ha fatto fortuna con i computer, non ci viene spiegato esattamente come essendo pure parsimonioso lo sceneggiatore). Sono grandi amici (gli opposti che si attraggono) e il meccanismo della complicità tra i due è una delle migliori cose del film. Quando l'ex-playboy viene lasciato dall'ultima fiamma - ovviamente più giovane di almeno vent'anni :
Julie Delpy - trova nella buchetta della posta una strana busta rosa contenente la notizia di una paternità a lui sconosciuta : un figlio maschio appena maggiorenne che è partito alla ricerca del padre naturale. Non ci sono altre informazioni (manca la firma e il timbro postale è illeggibile) ed apparentemente non vorrebbe mettersene per questa novità misteriosa, ma si rivolge proprio al vicino di casa - maldestro "investigatore" incapace persino di usare un semplicissimo software sul genere - sapendo bene che basta una piccola "scintilla" per scatenarne l'intraprendenza : sulla lista delle relazioni del passato, il buon Winston prepara un itinerario attraverso l'America con prenotazioni di voli, macchine ed alberghi, le mappe stampate con Mapquest  e gli indirizzi delle ex-ragazze. C'è anche la brutta notizia di una precoce scomparsa, ma non deve sorprendere la facilità con la quale il meccanico reperisce le informazioni personali : in molti stati-Usa le banche-dati anagrafiche sono pubbliche ed accessiibli da chiunque. Com'è spesso sua abitudine, Don in prima istanza rifiuta perentoriamente le proposte dell'amico ma alla fine cede (soprattutto alla propria curiosità) e si mette in viaggio per ritrovare le donne della sua vita, se stesso e - forse - il figlio inaspettato. Unico indizio : il colore rosa (la carta, l'inchiostro rosso) e accetterà il consiglio di donare un mazzo di rose dello stesso colore come "chiave" di lettura dello sguardo altrui per intuire se chi gli sta di fronte è davvero la persona che ha scritto la lettera e far intendere le proprie serie intenzioni. Una modalità gentile ed educata.

I personaggi femminili sono interpretati da una splendida Sharon Stone - indimenticabili le situazioni domestiche e la cena con la figlia-ninfetta dal nome inequivocabile di "Lolita" (Alexis Dziena) - Frances Conroy agente immobiliare, una Jessica Lange "dottoressa in comunicazione con gli animali" (notevole la dura segretaria dello studio - Chloe Sevigny  chi si ricordava ch'era la biondina sfortunata di "Kids" ? - che azzera gli sguardi sulle belle gambe con occhiate s/m) e Tilda Swinton che vive in una comunità fuori-mano di motociclisti rudi.
La strada è - per i risultati ottenuti - in salita : il vecchio fa centro al primo incontro con la Stone - ed imbarazzato glissa alle avances della giovanissima figlia - poi gli va a buca il secondo (il marito torna a casa), freddissima l'accoglienza della "dottoressa" (cui sono stati trasmessi i "poteri" della comprensione del linguaggio animale dopo la morte del suo primo cane che si chiamava curiosamente Winston come il vicino di casa) addirittura picchiato dagli amici della Swinton che dà fuori di testa quando lo vede (ma è la maggiore indiziata, nella sua proprietà si trova il maggior numero di oggetti rosa ed una macchina da scrivere che potrebbe essere stata utilizzata per battere la lettera da cui tutto ha avuto inizio) ed infine eccolo incerottato a deporre fiori - confezionati da una bellissima commessa interpretata da Pell James - sulla tomba della più sfortunata di queste, la "piccola Nadine". Una digressione calcolata che sembra essere stata tracciata col righello e la matita (progressivamente scende anche il tenore di vita delle signore, fino a quel fazzoletto di terra in cui riposa l'ultima) ma soprattutto un protagonista che sembra competere con Buster Keaton per il titolo di "faccia di pietra". Su quanto siano ironiche certe alzate di ciglia, lascio perdere che non è il caso di imprecare contro la sottigliezza dello humour tipicamente anglosassone (il lessico di questo sito è - nonostante tutto - piuttosto pulito).

La scena-madre è l'aggressione subìta per mano dei biker e il successivo risveglio in un campo sfruttato di grano, tra le "nebbie" di una coscienza difficile da riprendere : la dissolvenza di piani differenti (lungo, mezzo, primo) rende correttamente la condizione esistenziale sottile e precaria dell'uomo in viaggio, cercando punti di riferimento inesistenti o instabili. Le conseguenze patite sono piuttosto forzate : difficile credere che un uomo alto circa 1 e 90 e robusto possa soffrire in tale modo di 1 solo cazzotto, ma le scompensazioni (di vario genere) sono una firma riconoscibile del cinema di Jarmusch e si accettano di buon grado (divertono e stimolano).

In generale avverto la meccanicità poco fluida della macchina narrativa come se quella rappresentata fosse solo la prima stesura della sceneggiatura, precocemente filmata prima d'essere sgrezzata e rifinita degnamente - il minimalismo talvolta è un atteggiamento autolesionista - ed è uno spreco dell'ottimo materiale raccolto. I ruoli-cameo si ricordano ma le parti principali sembrano improvvisate dagli attori (un gesto di noncuranza inammissibile).

Un soggetto copiato con la carta carbone

Il soggetto è notevolmente simile a quello di "Don't come knocking" : un ex-sciupafemmine attempato - ben oltre i 50 - e in crisi esistenziale che fugge dalla stanca routine quotidiana per ripercorrere le tappe della propria vita, più l'"imprevisto" di un figlio (anche Jessica Lange che compare in entrambi i film). Ma mentre il protagonista dell'opera di Wenders è emozionale e soffre le scoperte e gli incontri lungo il cammino (i figli sono due, c'è anche una femmina), Don non accenna una sola reazione oltre l'increspatura delle labbra ed il sopracciglio alzato, solamente alla fine è preso da una fredda paranoia per il "fantasma" del figlio (incontra un ragazzo che viaggia on-the-road e pare corrispondere alla figura del giovane ramingo ch'egli si aspetta e durante tutta la pellicola volge lo sguardo a coloro che hanno tratti somatici od atteggiamenti simili ai suoi) senza mai esternare un'emozione anche solo lontanamente umana. Insomma è un personaggio di carta che non sviluppa la propria personalità rendendola accessibile a chi guarda, non cresce grazie alle esperienze vissute e rimane estremamente controllato, irrisolto come la ricerca che è la spina dorsale dello svolgimento narrativo : quando il ragazzo con lo zaino in spalla fugge dalle caute domande per scoprire la verità (una reazione eccessiva ma "alla Jarmusch", ci sta) l'inquadratura torna sullo stolido volto ed improvvisamente si spengono le luci in sala, con la disapprovazione non taciuta degli spettatori presenti. Una vera presa per il culo per chi - come me - ha pagato il biglietto ed ha sopportato per un'ora e mezza la tensione elettrica di un protagonista così ostentatamente antipatico e borderline - nello specifico Murray è bravo : è impossibile non odiarlo -  senza uno svolgimento costruttivo ma ancòra un susseguirsi di episodi - alcuni carini, bisogna dirlo - che non hanno un significato ultimo. Così come non è spiegabile il brusco taglio finale se non con la persistente crisi personale del regista dell'Ohio - pur in sensibile miglioramento - che forse si chiama narcisismo, se è così arrogante da pensare che ogni cosa che faccia sia arte (ma vi ricordo che Piero Manzoni inscatolò
con vera ironia i propri escrementi in quanto - ed indubbiamente - erano "merda d'autore" ) e la si possa vendere al pubblico (forse la fama ed i soldi danno alla testa ma non si possono vendere spazi vuoti o raffazzonati come "minimalismo-chic cinematografico").
Bill Murray non regge il confronto con Sam Shepard (nè qui, nè tutta la vita) la Lange nel frattempo è ingrassata come una maialina e tra Wenders e Jarmusch c'è lo scarto tra un maestro affermato e - purtroppo - un eterno apprendista, tanto per capirci : se siete fanatici di Sharon Stone andate pure a vedere i dieci minuti di splendore biondo (lei non sente gli anni che passano) altrimenti non sprecate 'sti soldi e aspettate che il film arrivi in seconda visione oppure al cine-club della vostra città.
Rimane l'amaro in bocca per un lavoro abbastanza buono, abbozzato ma non rifinito a dovere e non concluso. Certo non spenderò altri 7 euro e 50 cent per il prossimo "parto" di Jim - parto con taglio cesareo, è proprio il caso di scrivere - è ancòra convalescente e forse non guarirà mai (ha superato i 50 e amen).

[ il Bufalo ]

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  Vedi le pagine correlate nel sito (percorso - titolo) :
  Bufalo mail Don't come knocking (recensione)
  Bufalo mail A history of violence (recensione)
  Bufalo mail La seconda notte di nozze (incontro con P. Avati)



Jim Jarmusch
Senses of cinema - scheda
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Biografia
Interview # 1 at AV Club
Interview # 2 at AV Club

Dead man - 1995
Ghost dog - 1999