Post del 10 - 02 - 2007

Premessa : questa non è una critica letteraria, sono semplici impressioni del me medesimo fissate nella lettura del manoscritto originale di Tonnio's.
Quindi vanno prese per quello che sono: opinioni opinabili di uno qualunque.

Parto: la prima volta che ho letto una stesura del libro di Mirco non ancora pubblicato, fine anni novanta, avevo letto da poco mi sa anche “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. Quello che ricordo con sicurezza è che fu per me inevitabile fare un collegamento. Chi aveva scritto prima la sua opera fra lui e Brizzi? Probabilmente il secondo. E Tonnios l’aveva letto, si era ispirato?
Poco importa: la mia teoria attuale è che le convergenze ci siano solo in alcuni elementi della trama. Precisamente: due amori, si dice, platonici che fanno da filo conduttore dei romanzi. ”Buona” musica vagheggiata, citata e descritta lungo tutto il percorso di entrambi i libri (buona nel senso per “ribelli” o solamente un po’ “alternativi”, o per “artisti”). La bicicletta che sempre accompagna in Brizzi e che in Mirco fa invece la sua comparsa sul finale, però anche in chiave retrospettiva–flashback.
Ohibò, la bicicletta: a pensarci bene si può fare un parallelo anche tra i titoli dei due romanzi, che nel caso di Tonnios ha a che fare con lo sport connesso. Bitossi e Frusciante possono in effetti essere accostati. Uno perde una corsa già vinta, che aveva condotto per un’enormità di strada e fatica, e verrà ricordato per questo, l’altro se ne va dal gruppo musicale mentre quello ha raggiunto l’apice. Sono entrambi, come dire, perdenti di successo. Oppure due quasi o più che vincenti, rivoltandola.
A parte questo dirò ora quelle che mi sembrano le grandi differenze, così, parlando di striscio di un romanzo che magari avrete letto, vi farete anche un’idea di quello che potrete leggere.

Prima differenza : mi pare che Alex (sono sempre impressioni e vado a memoria, che dovrei rileggerlo e non farei davvero a tempo) nonostante le sua giovane età o forse proprio per quella si muova basandosi su certezze, tipo verità in bianco o nero,  ovvero che sappia dove vuole arrivare, pensi di averne i mezzi e tenda preciso all’obiettivo. Che nonostante certe parole e atteggiamenti alternativi e ribelli o da “sorpreso e spiazzato dalla vita”, alla fine risulti “uno giusto”: può insomma anche sembrare quello che solo finge di non sapere di avere la vittoria garantita in partenza, e alla fine comunque è un “riconciliato”.
Cristiano no : lui persegue un evidentemente necessario caos vitale interiore, un’anarchia non politica ma esistenziale che si vede gli sembra la chiave di volta di un certo tipo di libertà, forse un’uscita possibile anche se momentanea da un sistema per qualche ragione soffocante, forse ingiusto forse privo di senso. Crudele, se vogliamo associarci alla sua considerazione sulla natura umana il giorno in cui Baby Lemonade si mette con un tale, non aggressivo come lo pseudonimo letterario farebbe supporre a un collega chimico.
Comunque, anche, Cristiano non è l’incassatore che si potrebbe credere prendendo alla lettera la descrizione di alcune principali vicende e in generale nel libro. Anzi, è tutto da vedere che sia pure un perdente come il titolo vorrebbe appunto farci credere, e dopo ne parlerò. Sotto sotto invece lui è davvero un arrabbiato, sicuramente non un riconciliato. Uno che lavora duro e forse a volte gioca anche un po’ “sporco” pur di arrivare ai suoi obiettivi.

Seconda differenza : Alex è anche “uno bravo”: si pone delle domande, e se non ricordo male riesce anche a darsi delle risposte. Anche Cristiano se ne dà qua e là, eccome, ma la sua filosofia è diversa: lui è un “mardone”. Un termine che forse potrebbe avere qualcosa in comune con “cazzone”, o più pseudoraffinatamente con “nichilista”, ma lasciamo spazio a una specie di definizione dell’autore stesso:
Svogliati e imprevedibili, noi si era mardoni. Non cercavamo spiegazioni ne ci ponevamo dei perché (…) Quell’intrusione notturna rappresentava un ideale atto di libertà, e rendendola fine a se stessa raggiungemmo un’idilliaca perfezione. Una volta dimostrato che potevamo infrangere le regole andammo oltre, sconfinammo nel nonsenso, riducemmo il tutto ad una grandiosa inutilità con un distacco degno di uomini veramente al di sopra di ogni logica convenzione.
Più che i perché e i percome, alla fine ci si rende conto che a Cris oltre al nonsenso comunque interessa raggiungere cose concrete: la(e) donna (e), essere “un mito” per loro e cogli amici. Ma anche se non soprattutto, nonostante tutte i giochi di apparenze: gli esami, la laurea.
Si potrebbe allora affermare per questo che è un personaggio un po’ “vuoto”, come dice lui stesso o fa dire a un certo punto al suo alter ego scrittore? O piuttosto che è invece più concreto, più vero e realistico, più completo dell’altro?
O piuttosto, si potrebbe dire che Cristiano è un Alex sempre “sognatore” ma un po’ più cinico, almeno a volte,  incattivito? Dall’età, università contro liceo (vedi anche allora il secondo o non so terzo libro di Brizzi, “Bastoigne”, con sue alcune scene di iperviolenza o sesso abbastanza però fumettistiche). O piuttosto da una famiglia non da Caimani-Galvani? Più semplicemente, è un personaggio diverso.

E lo stile? Per quel che ricordo, sempre dentro al parallelo, Brizzi aveva uno stile preciso e pulito, pure se brillante e ironico (forse a volte anche sarcastico e acido, per esempio nei confronti dei compagni di liceo?), e autoironico. Sicuramente ci sarà stato almeno anche qualche sprazzo di “lirismo”, immagino di rimembrare. Comunque uno stile che, mi viene di pensare, definirei liscio e lineare.
Mirco pure ha uno stile brillante e ironico (a volte forse sarcastico e acido), e autoironico. Ma non lo definirei liscio, forse scorrevole, ma non lineare: anzi va per così dire a “strappi”. Per esemplificare ciò che intendo basta leggersi le prime due pagine (se non le ha cambiate rispetto alla versione che ho io). Si parte subito da un parlato reso iperrealisticamente, dal ‘sticazzi (per ora senza l’ehvabbé davanti con cui diventerà un leit motiv), per passare a una battuta di dialogo assolutamente fatta di costruzioni classicheggianti, di vocabolario elevato (quella delle “accuse” - sfogo che il protagonista fa al narratore). Poi in breve si arriva a un altro periodare “aulico” sulla felicità, per digradare verso sottocultura calcistica e forse cultura musicale, e seghe e “considerazioni profonde” in stile reciprocamente “adatto”, e infine chiudere il capitoletto con un:

Beh c’ho le peroni. C’ho le paglie. Orsù dunque.

Già solo in questa ultima frase (tre frasi?) si esemplifica quello che intendo per “strappo”, sia pure sapientemente voluto e armonizzato. Questa frammistione di linguaggio alto e basso, forbito e fumettistico o fumettisticamente forbito è presente in tutto il romanzo. Le parole più ricercate (il che non vuol dire non vengano di getto) sono spesso aggettivi e avverbi, mi sa, che si trovano ricchi nelle descrizioni degli stati emotivi o di pensiero, abbastanza abbondanti. Ma anche la specie di vernacolo non dialettale, spesso inglesizzato, sempre estremizzato che accompagna i dialoghi cogli amici è insistito e eccezionale, nel suo rivedere e correggere anche la grammatica, oltre i termini anche le costruzioni delle frasi italiane. In maniera che rende perfettamente e assieme in maniera universale e personale una realtà discorsiva “ggiovane”. E in ogni caso, il passaggio da slang a “aulico” può avvenire anche appunto all’interno dello stesso periodo.
Sicuramente elegiaci sono i discorsi tra ragazzo e ragazza nelle loro capatine campestri. Quelle dove tu soffri come o forse più del protagonista, che pensi (come anche in almeno altre tre distinte occasioni distribuite nel libro: quella del primo appuntamento pomeridiano con mancato appuntamento serale, quella del parcheggio stretto in macchina, e poi verso la fine):
“Ma dai, non è possibile, che cavolo stai dicendo – facendo, perché parli di girasoli e libellule, perché lei ti sale sulla pancia o vi strusciate sull’erba culetto a culetto e tu NON CI PROVI, perché invece di usare lo stile sublime, che pure magari non è come dici tu che sei al minimo sindacale in questo ma lo stesso, perché comunque NON LA BACI?!”.
E soffri perché l’autore descrive perfettamente le sue reazioni – non reazioni, il suo sciocco girarci intorno e la sua paura mascherata da eccezionalità e piccoli atti. E ci sei passato anche tu (almeno io). La paura di “rovinare tutto” col gesto sbagliato, di non essere all’altezza.
Ma a ben vedere: Cristiano si può definire un perdente, appunto, in questi frangenti? Fin dall’inizio come dicevamo, lui (il suo alter ego) ha dichiarato che bisogna stare ben attenti ad avventurarsi in un campo di sconfinata felicità. Ha quindi paura di raggiungere una gioia immensa neanche momentanea, e poi perderla? O piuttosto ha paura di perdere quella che è, come sempre lui ha dichiarato:

"La droga più potente. Non l’amore. Non il primo amore. Non il vero amore. L’AMORE PURO."

Insomma un quadro idealizzato, un ideale con appiglio concreto ma non abbastanza, in modo da poterselo portare dietro in eterno. Un qualcosa di perfetto perché non verrà messo alla prova dei fatti, non metterà in gioco tutti i lati del lui, della lei, non arriverà a vedere la necessità e il grigiore dei compromessi: sarà sempre una luce sfavillante immaginata dal passato pronta da contrabbandare per il futuro, anche. E anche da qui, ci siamo passati in tanti (almeno io).
In definitiva, può dirsi Cristiano perdente se questa droga forse dall’effetto illimitato, forse suo obiettivo fin dall’inizio, dalla Baby l’ha avuta “ a gratis” per diversi anni, e appunto forse anche dopo? Qui non proseguo oltre a rivelare la trama, solo ora mi rendo conto che sarei potuto arrivare a fare quel genere di anticipazioni che nessun potenziale lettore desidera. Ma sarà Cris sempre preoccupato di perdere quel quadretto perfetto, o ancora: in qualche modo quindi vincente, semplicemente soddisfatto nella propria vanagloria, vera suprema sua istanza interna da sfamare (vedi la “poesia del Giovanni”)?
La Baby Lemonade non è sicuro sia quindi il carnefice nella vicenda, e del resto questo nel suo tutto il contrario di tutto lo dice anche Cristiano – l’autore stesso almeno in un paio di punti:
Non ho mai capito se essere coglioni sia più una condanna per la persona stessa o per chi le sta accanto ... e alla fine:

Cristiano è più stronzo di te … se leggi questo ora lo sai

Un’altra frase che vorrei citare, che mi piace particolarmente, è quella dove si dice che lei (in un “periodo buono”) fungeva come da catalizzatore:
… si era liberato da mille paure, mille timidezze. Di fronte a lei, tutto era piccolo e facilmente risolvibile, ogni ostacolo valicabile, non c’erano confini inviolabili. Era finalmente in grado di entrare in un negozio d’abbigliamento e provare un jeans e dire no grazie non li compro, se capite cosa voglio dire.
L’ultima frase minimalista, eppure rende così bene la situazione: quella in cui siamo passati ancora tutti (o sempre almeno io), quando una persona ci ha fatto finalmente sentire così in certo modo affascinanti, desiderabili, da non temere più di restare soli, forse. E quindi ci ha dato modo di vedere le piccole cose, forse anche le grandi, per quello che sono: cose, quindi col giusto “mood” soggette alla nostra volontà.
Comunque la figura di Lemon viene fuori da piccole grandi descrizioni (la sua stanza, il suo prendere appunti a una conferenza “contatto col mondo del lavoro”, di quelle dove passano solo slogan vuoti), dalle sue vicende (l’amicizia, il fidanzamento, il “tradimento”…), dai dialoghi con Cris, ma soprattutto: dall’intera atmosfera del libro. Si potrebbe dire che nonostante tutto rimane eterea, proprio perché, o al contrario a causa di questo, assurge a una dimensione simbolica. Comunque un personaggio che rimane impresso nella memoria.
Come scolpiti rimangono anche gli amici, quelli “mardoni”, quelli dal lessico eccezionale e vero e straripante e “ricostruito”. Con un però: mentre la Baby è “spalmata” su tutto il libro, che si svolge in pratica in due periodi definiti di alcuni mesi nell’arco di sei anni circa, loro sono “concentrati” in circa un mese, par di capire. Non si sa se per scelta dell’autore, che non poteva fare un libro di 600 pagine come opera prima, o perché semplicemente le cose sono andate davvero così. In ogni caso forse la loro potenziale “forza dirompente” (come diceva la checca pelata del Boby’s citata nell’opera) un po’ ne risente, se non il loro assurgere a loro volta a simboli. E’ che in quel mese ne fanno veramente tante, “zingarate” e non, e quel che succede è una densità, un affastellarsi di descrizioni (emotive e non), di atti, pensieri e parole che forse il cervello del lettore non può ritenerne che una parte.
Al proposito delle vicende narrate poi, mi piace citare alcuni miei vecchi conoscenti più critici (nel senso che si sentivano più dotati dei “mezzi” o della volontà necessari a fare critica letteraria) che appunto criticavano altrui scritti (tra cui velatamente forse anche i miei) al grido di: “Basta con tutti questi autobiografismi inutili di gente senza nerbo, che non vede al di là del proprio ombelico, che descrive ogni sua lista della spesa di insignificanti vicende minimali, senza interessarsi a guardare più oltre al mondo, che non sa nulla o non se ne cala della storia, dei popoli altri, dell’altro, del NOI!”.
Ovviamente da buon portabandiera dell’individualismo letterario, almeno in qualità di lettore (un titolo un esempio: “Quel che mi importa è grattarmi sotto le ascelle”, penso tu lo conosca Mirco e anche Marco), vorrei sconfessarli: non è detto che non si possa parlare dell’altro e del mondo parlando di sé. Anzi il “noi” è una parola vuota se non si parte da ciò che si conosce, dall’io. Che forse siamo poi tutti molto simili in fondo, o forse comunque il senso di collettivo non è un qualcosa di interiore che ci viene dato alla nascita pronto all’uso come per le formiche.
Mi sa anzi poi che i grandi, i gradissimi, hanno sempre parlato molto di sé: senza remore, senza falsità, scavando in profondo con una certa specie di lucida crudeltà forse autolesionista. E facendo così si sono sentiti forse coraggiosi, forse “sboroni”: e hanno aperto qualche altrui occhio, qualche testa.
Inoltre, e qui citerò sicuramente qualcuno senza saperlo: io credo non sia la storia (vera o inventata o romanzata) che fa l’autore, ma viceversa. La differenza tra un “vero scrittore” e uno che non lo è, magari banalmente è la capacità di descrivere o creare il retroterra. Un grande può appunto raccontare la più banale delle vicende, e metterci in mezzo il suo e collettivo paradiso e inferno, rivelazioni enormi o minimali comunque aprendo vasti orizzonti (sulla psiche umana, sull’animo umano, sulle leggi e regole animali etologiche che guidano la società umana).
E’ in definitiva lo “stile”, che fa: e “affastellato”, iterativo o “mardone” che sia, Tonnios ce l’ha. Come dice appunto qualcuno che stavolta cito sapendo di citarlo: “Lo stile è quella cosa che ti fa andare avanti quando le certezze tutto intorno vacillano”. (Charles Bukowski)

Ho scritto troppo, posso concludere: finisco, ohibò, con qualcosa che di Mirko-Cris-Riccardo (interessante la sovrapposizione di voci che a volte non fa così sicuro che il racconto sia in terza persona, tipo all’inizio o nei flash-forward) non mi è piaciuto. Ma non mi è piaciuto per gelosia, già lo so: è capitato negli anni e qui nel libro l’ho riscoperto, che io e lui conoscessimo o frequentassimo alcune persone in comune. Soprattutto “pazzini”, come li chiamavamo e chiamiamo, che nel romanzo mantengono i loro nomi veri, già pseudonimi o quasi per l’uso articolato. Ma anche una donna ho riconosciuto, col cognome cambiato ma perfettamente intelligibile (poi ci sono altre donne che almeno un paio in tempi diversi e in luoghi differenti e casuali, ho scoperto sono piaciute a entrambi, ma nel volume non compaiono quindi non c’entrano nulla e pure lo dico perché “ci uniscono”, in certi gusti perlomeno).
I pazzini  li ho frequentati certamente più io (la donna no, probabilmente, ho solo un retroterra ampio su lei per varie interposte persone): mi sembra dunque che lui li renda in due troppo facili pennellate, senza far uso di quella capacità introspettiva descrittiva che gli riconosco di cui dicevo prima. Del resto io non ho mai ancora scritto niente su loro, vorrei ma chissà come chissà quando, e non per malinteso “dovere nostalgico”, ma perché li trovo davvero argomento interessante. O forse perché semplicemente hanno in fondo rappresentato una grossa fetta di quel decennio dei miei venti, una grande leva per raggiungere quei luoghi (che anche Mirco in questo libro di quegli anni appunto descrive) di quasi completa mancanza di significato, quindi di ansia, che non sarei forse mai riuscito ad aprirmi da solo.
Anzi, siccome non ho mai scritto altro, non ho niente in mano di diverso, ne approfitto per usare questo foglietti prolissi anche come una dedica a un amico: l’andarsene del Pinardi (citato nel romanzo tra gli inizi capitolo: Gli uomini sono uomini. Esagerano) non molti giorni fa, come succede per alcune persone e avvenimenti nel libro di Mirco, per qualcuno che l’ha conosciuto si può immaginare racchiuda un significato simbolico.  Che rappresenti qualcosa oltre che la fine di un omone a cui si è voluto bene, con tutte le particolarità o vigliaccherie o comodità del caso: è un pezzo di quegli anni fantastici (inteso come assurdi, fuori dal mondo), la giovinezza, una presenza forse a volte colta come impersonale quasi una forza della natura, una parte di quel senso di invincibilità ovvero potersi permettere di bordeggiare il limite, una possibilità di uscire dagli schemi, aprire una porta diversa, che se ne va.

Ciao, Gianni . Ci vedremo sempre nei film?

[ Mega ]

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 Post dell'11 - 02 - 2007

La nostra generazione senza nome

I personaggi del romanzo rappresentano efficacemente la generazione "claustrofobica" dei nati intorno al 1970 - quella di cui fanno parte molti dei collaboratori di questo magazine - e cresciuti nei comodi ambienti piccolo-borghesi bolognesi, mentre fuori dalle finestre di casa divampava la rabbia del settantasette : l'assassinio di Lorusso, la devastazione del Cantunzèin, i disordini quotidiani di piazza ... di cui avremmo sentito tanto parlare in seguito, superata la soglia fiabesca dell'"età della ragione", e che solamente allora avremmo compreso.
Il vuoto-spinto non era soltanto nell'ambiente domestico - rifiuto della comprensione di quanto avveniva "fuori" ammantato di familiare protezione - e negli anni successivi avrebbe risucchiato e sbriciolato le strade e le piazze, cancellando molte forme di socializzazione e sterilizzando i rapporti umani.
Una mano a quest'opera di distruzione di Bologna la sta generosamente dando anche il sindaco in carica Sergio Cofferati (di cui ho scritto copiosamente nel mio blog personale) che
ama proibire e buttare via il bambino assieme all'acqua sporca come Renato Zangheri, primo cittadino dal 1970 - data fatidica - al 1983.
C'è un problema diffuso di ordine pubblico ? E allora si nega la vita pubblica imponendo un'austerity che di fatto assomiglia sempre più ad un coprifuoco degno dei regimi totalitari, fascisti o comunisti poco importa la differenza : non ne voglio fare una polemica politica contro una delle due parti nella contesa ben recitata secondo i dettami del teatro dell'arte - forse un'ineluttabile eredità antropologica per noi genti italiche - perchè la "grassa" è in lineare declino fin dai "mitici anni '80".
E - come ho detto ieri sera - m'ha stonato leggere sul quotidiano di venerdì un Luca Carboni che asserisce "Bologna è sempre la stessa, non è cambiata affatto", ma bisogna capire che il cantautore è passato dal mestiere di commesso in una boutique fighetta del centro storico a quello ben pagato di musicista di successo (meritato) : la città ch'egli vede e vive in prima persona, evidentemente non è quella della maggioranza dei bolognesi. Non sono le sue parole che m'hanno sorpreso, è che a me le sue canzoni piacciono parecchio ... Bologna non esiste più, è una città immaginata dai suoi cittadini (quasi girassimo con il casco per la realtà virtuale per vedere solo il dettaglio che ci piace o una realtà sovrapposta) e non per caso tantissimi scrittori nascono e lavorano all'ombra delle due torri.
Il cazzeggio anarchico degli studenti universitari così bene descritto nelle pagine dell'opera prima di Zucchelli è in realtà "eversivo", intrensicamente votato all'abbattimento di questi muri prodotti dall'intransigenza umana e forse destinato a costruirne altri per autodifesa.
E' una lotta per la sopravvivenza - epica sebbene di un minimalismo quasi nichilista - combattuta da una cucciolata nemmeno tanto numerosa (era finita la spinta demografica del "baby boom" italiano)
di ragazzi ingiustamente definiti "viziati", "egoisti" e "menefreghisti", ma che semplicemente s'è affezionata troppo a quel poco che aveva di suo - come i protagonisti di Tonnio's - e questo istinto di conservazione è stato inevitabilmente interpretato attraverso le lenti dell'ideologia politica dualistica che per decenni in italia è stata l'unica chiave di lettura di ogni fatto piccolo e grande, ed infine condannata come "senza contenuti" e "superficiale".
A questo libro accosterei più "La guerra dei bottoni" - indimenticabile il film in bianco-e-nero di Yves Robert del 1961, che vidi nella sala parrocchiale della mia infanzia - che "Jack Frusciante è uscito dal gruppo" di Enrico Brizzi, di cui "La volata" potrebbe essere semmai il seguito (anche per l'età dei personaggi).
La nostra generazione non ha un nome di fabbrica : non è "post-sessantottina" e nemmeno "generazione X", è quella "roba" a cottura lenta che sta in mezzo, e coloro che vi sono anagraficamente iscritti nemmeno si preoccupano di darsi un'etichetta.
Ironia della sorte : proprio i paninari e i loro coetanei che oggi sono cresciuti, quando parlano di loro stessi sembrano pensare più al "succo" che alla "buccia" formale.
Di romanzi generazionali ne sono già stati scritti tanti ed è un vero è proprio sotto-genere della letteratura giovanile, ma proprio per l'avvicendarsi sempre più frenetico delle mode (il "modus operandi" che fa cultura e non è mai soltato apparenza) ognuno di questi è indispensabile per capire le sfaccettature ed i bisogni di fenomeni in veloce transizione che sedimentano maturi cittadini nella società civile.
E' il caso de "La volata di Bitossi" dell'amico Tonnio's.

La presentazione del libro alla trattoria "L'assassino"

E finalmente ieri sera c'è stata l'attesa presentazione non-ufficiale del romanzo
dato alle stampe dopo un concorso letterario (partecipare ai concorsi è un destino segnato per un lavoratore nel comparto scientifico dell'università), organizzata dai ragazzi di questo sito.
Abbiamo accusato la defezione di Andrea Toschi detto "Mega" per una brutta influenza presa nei giorni immediatamente precedenti, e sarebbe spettato a lui aprire l'incontro con la recensione di questa pagina (come scritto sui volantini distribuiti in diversi locali della città).
Mi sono pertanto incaricato di pronunciare alcune parole di rito per lanciare l'amico scrittore, scarne e non preparate perchè di questi tempi sono impegnatissimo in parecchie faccende di natura professionale e privata. Nel primo paragrafo di questo post ho scritto un'introduzione più forbita ed esaustiva delle mie opinioni che non ho efficamente comunicato in pubblico (anche se le due parole pronunciate sull'attuale amministrazione della città hanno raccolto vivi consensi e forti applausi).
I partecipanti hanno apprezzato la retorica auto-ironica di Tonnio's e sono stati una sessantina, decisamente più numerosi di quanti ce ne aspettassimo alla vigilia e questo ci ha fatto un enorme piacere. L'amico ha firmato una trentina di libri ed è stata la sua prima esperienza "promozionale", se l'è cavata benissimo.
Voglio ringraziare ancòra una volta il proprietario del locale Sergio Zaccone, che ci dato gratuitamente l'uso degli ambienti della trattoria "L'assassino - chi ha ucciso Harry ?" e per me è doveroso ricordare un amico buono e stralunato che ci ha lasciati appena una settimana fa : Gianni Pinardi è stato il compare di tantissimi week-end passati a cazzeggiare tra i colli e la città-bassa, per anni ci siamo divertiti insieme a recitare nei corto-metraggi di Walter Ciusa e non c'è osteria bolognese nella quale non abbiamo bevuto e fatto casino. Organizzeremo senz'altro una piccola rassegna-video ed una pagina-web commemorativa in questo magazine.
A lui va il saluto del Mega nell'ultima riga, ed è un pensiero comune a tutti quanti lo hanno conosciuto nel corso del tempo.
Ringrazio la Sima - al secolo Simona Pinelli - per i consigli sull'organizzazione di eventi culturali, che torneranno utili nelle prossime occasioni (senz'altro sarà necessaria un'illuminazione adeguata per le riprese-video e fotografiche, così da testimoniare bellamente quest'incontri).
Infine lo stesso Andrea Toschi, che per causa di forza maggiore non ci ha gratificati della sua significativa compagnia, e tutti coloro che ci hanno dato in credito un paio d'ore dello loro vita.

Blog amici che hanno segnalato l'evento

Retroguardia [ di Francesco Sasso ] - in Agenda
Spettro della Bolognesità - "Modesto sabato bolognese letterario" di Maso
Greenmilk [ di Luky'zz and Piso ] - "Bologna, sabato pomeriggio, che fare ?" in Libri

[ il Bufalo ]
 
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Il libro

Libroitaliano World

Franco Bitossi

scheda in Wikipedia
"Gap 1972 - L'incredibile vittoria di Marino Basso", di Roberto Iacopini in international.rai.it
"I compagni che nessuno vorrebbe", di Alessandro Tommasi in Lastampa.it

citazione in Compagniadellebiglie.it


























  Vedi le pagine correlate nel sito (percorso - titolo) :
  Bufalo mail La seconda notte di nozze (incontro con P. Avati)
  




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