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del 10 - 02
- 2007
Premessa : questa non
è una critica letteraria, sono semplici impressioni del me
medesimo fissate nella lettura del manoscritto originale di Tonnio's.
Quindi vanno prese per quello che sono: opinioni opinabili di uno
qualunque.
Parto: la prima volta che ho letto una stesura del libro di Mirco non
ancora pubblicato, fine anni novanta, avevo letto da poco mi sa anche
“Jack Frusciante è uscito dal gruppo”. Quello che ricordo con
sicurezza è che fu per me inevitabile fare un collegamento. Chi
aveva scritto prima la sua opera fra lui e Brizzi? Probabilmente il
secondo. E Tonnios l’aveva letto, si era ispirato?
Poco importa: la mia teoria attuale è che le convergenze ci
siano solo in alcuni elementi della trama. Precisamente: due amori, si
dice, platonici che fanno da filo conduttore dei romanzi. ”Buona”
musica vagheggiata, citata e descritta lungo tutto il percorso di
entrambi i libri (buona nel senso per “ribelli” o solamente un po’
“alternativi”, o per “artisti”). La bicicletta che sempre accompagna in
Brizzi e che in Mirco fa invece la sua comparsa sul finale, però
anche in chiave retrospettiva–flashback.
Ohibò, la bicicletta: a pensarci bene si può fare un
parallelo anche tra i titoli dei due romanzi, che nel caso di Tonnios
ha a che fare con lo sport connesso. Bitossi e Frusciante possono in
effetti essere accostati. Uno perde una corsa già vinta, che
aveva condotto per un’enormità di strada e fatica, e
verrà ricordato per questo, l’altro se ne va dal gruppo musicale
mentre quello ha raggiunto l’apice. Sono entrambi, come dire, perdenti
di successo. Oppure due quasi o più che vincenti, rivoltandola.
A parte questo dirò ora quelle che mi sembrano le grandi
differenze, così, parlando di striscio di un romanzo che magari
avrete letto, vi farete anche un’idea di quello che potrete leggere.
Prima differenza
: mi pare che Alex (sono sempre impressioni e vado a memoria, che
dovrei rileggerlo e non farei davvero a tempo) nonostante le sua
giovane età o forse proprio per quella si muova basandosi su
certezze, tipo verità in bianco o nero, ovvero che sappia
dove vuole arrivare, pensi di averne i mezzi e tenda preciso
all’obiettivo. Che nonostante certe parole e atteggiamenti alternativi
e ribelli o da “sorpreso e spiazzato dalla vita”, alla fine risulti
“uno giusto”: può insomma anche sembrare quello che solo finge
di non sapere di avere la vittoria garantita in partenza, e alla fine
comunque è un “riconciliato”.
Cristiano no : lui persegue un evidentemente necessario caos vitale
interiore, un’anarchia non politica ma esistenziale che si vede gli
sembra la chiave di volta di un certo tipo di libertà, forse
un’uscita possibile anche se momentanea da un sistema per qualche
ragione soffocante, forse ingiusto forse privo di senso. Crudele, se
vogliamo associarci alla sua considerazione sulla natura umana il
giorno in cui Baby Lemonade si mette con un tale, non aggressivo come
lo pseudonimo letterario farebbe supporre a un collega chimico.
Comunque, anche, Cristiano non è l’incassatore che si potrebbe
credere prendendo alla lettera la descrizione di alcune principali
vicende e in generale nel libro. Anzi, è tutto da vedere che sia
pure un perdente come il titolo vorrebbe appunto farci credere, e dopo
ne parlerò. Sotto sotto invece lui è davvero un
arrabbiato, sicuramente non un riconciliato. Uno che lavora duro e
forse a volte gioca anche un po’ “sporco” pur di arrivare ai suoi
obiettivi.
Seconda differenza
: Alex è anche “uno bravo”: si pone delle domande, e se non
ricordo male riesce anche a darsi delle risposte. Anche Cristiano se ne
dà qua e là, eccome, ma la sua filosofia è
diversa: lui è un “mardone”. Un termine che forse potrebbe avere
qualcosa in comune con “cazzone”, o più pseudoraffinatamente con
“nichilista”, ma lasciamo spazio a una specie di definizione
dell’autore stesso:
Svogliati e imprevedibili, noi si era mardoni. Non cercavamo
spiegazioni ne ci ponevamo dei perché (…) Quell’intrusione
notturna rappresentava un ideale atto di libertà, e rendendola
fine a se stessa raggiungemmo un’idilliaca perfezione. Una volta
dimostrato che potevamo infrangere le regole andammo oltre, sconfinammo
nel nonsenso, riducemmo il tutto ad una grandiosa inutilità con
un distacco degno di uomini veramente al di sopra di ogni logica
convenzione.
Più che i perché e i percome, alla fine ci si rende conto
che a Cris oltre al nonsenso comunque interessa raggiungere cose
concrete: la(e) donna (e), essere “un mito” per loro e cogli amici. Ma
anche se non soprattutto, nonostante tutte i giochi di apparenze: gli
esami, la laurea.
Si potrebbe allora affermare per questo che è un personaggio un
po’ “vuoto”, come dice lui stesso o fa dire a un certo punto al suo
alter ego scrittore? O piuttosto che è invece più
concreto, più vero e realistico, più completo dell’altro?
O piuttosto, si potrebbe dire che Cristiano è un Alex sempre
“sognatore” ma un po’ più cinico, almeno a volte,
incattivito? Dall’età, università contro liceo (vedi
anche allora il secondo o non so terzo libro di Brizzi, “Bastoigne”,
con sue alcune scene di iperviolenza o sesso abbastanza però
fumettistiche). O piuttosto da una famiglia non da Caimani-Galvani?
Più semplicemente, è un personaggio diverso.
E lo stile? Per quel che ricordo, sempre dentro al parallelo, Brizzi
aveva uno stile preciso e pulito, pure se brillante e ironico (forse a
volte anche sarcastico e acido, per esempio nei confronti dei compagni
di liceo?), e autoironico. Sicuramente ci sarà stato almeno
anche qualche sprazzo di “lirismo”, immagino di rimembrare. Comunque
uno stile che, mi viene di pensare, definirei liscio e lineare.
Mirco pure ha uno stile brillante e ironico (a volte forse sarcastico e
acido), e autoironico. Ma non lo definirei liscio, forse scorrevole, ma
non lineare: anzi va per così dire a “strappi”. Per
esemplificare ciò che intendo basta leggersi le prime due pagine
(se non le ha cambiate rispetto alla versione che ho io). Si parte
subito da un parlato reso iperrealisticamente, dal ‘sticazzi (per ora
senza l’ehvabbé davanti con cui diventerà un leit motiv),
per passare a una battuta di dialogo assolutamente fatta di costruzioni
classicheggianti, di vocabolario elevato (quella delle “accuse” - sfogo
che il protagonista fa al narratore). Poi in breve si arriva a un altro
periodare “aulico” sulla felicità, per digradare verso
sottocultura calcistica e forse cultura musicale, e seghe e
“considerazioni profonde” in stile reciprocamente “adatto”, e infine
chiudere il capitoletto con un:
Beh c’ho le peroni. C’ho
le paglie. Orsù dunque.
Già solo in questa ultima frase (tre frasi?) si esemplifica
quello che intendo per “strappo”, sia pure sapientemente voluto e
armonizzato. Questa frammistione di linguaggio alto e basso, forbito e
fumettistico o fumettisticamente forbito è presente in tutto il
romanzo. Le parole più ricercate (il che non vuol dire non
vengano di getto) sono spesso aggettivi e avverbi, mi sa, che si
trovano ricchi nelle descrizioni degli stati emotivi o di pensiero,
abbastanza abbondanti. Ma anche la specie di vernacolo non dialettale,
spesso inglesizzato, sempre estremizzato che accompagna i dialoghi
cogli amici è insistito e eccezionale, nel suo rivedere e
correggere anche la grammatica, oltre i termini anche le costruzioni
delle frasi italiane. In maniera che rende perfettamente e assieme in
maniera universale e personale una realtà discorsiva “ggiovane”.
E in ogni caso, il passaggio da slang a “aulico” può avvenire
anche appunto all’interno dello stesso periodo.
Sicuramente elegiaci sono i discorsi tra ragazzo e ragazza nelle loro
capatine campestri. Quelle dove tu soffri come o forse più del
protagonista, che pensi (come anche in almeno altre tre distinte
occasioni distribuite nel libro: quella del primo appuntamento
pomeridiano con mancato appuntamento serale, quella del parcheggio
stretto in macchina, e poi verso la fine):
“Ma dai, non è possibile, che cavolo stai dicendo – facendo,
perché parli di girasoli e libellule, perché lei ti sale
sulla pancia o vi strusciate sull’erba culetto a culetto e tu NON CI
PROVI, perché invece di usare lo stile sublime, che pure magari
non è come dici tu che sei al minimo sindacale in questo ma lo
stesso, perché comunque NON LA BACI?!”.
E soffri perché l’autore descrive perfettamente le sue reazioni
– non reazioni, il suo sciocco girarci intorno e la sua paura
mascherata da eccezionalità e piccoli atti. E ci sei passato
anche tu (almeno io). La paura di “rovinare tutto” col gesto sbagliato,
di non essere all’altezza.
Ma a ben vedere: Cristiano si può definire un perdente, appunto,
in questi frangenti? Fin dall’inizio come dicevamo, lui (il suo alter
ego) ha dichiarato che bisogna stare ben attenti ad avventurarsi in un
campo di sconfinata felicità. Ha quindi paura di raggiungere una
gioia immensa neanche momentanea, e poi perderla? O piuttosto ha paura
di perdere quella che è, come sempre lui ha dichiarato:
"La droga più
potente. Non l’amore. Non il primo amore. Non il vero amore. L’AMORE
PURO."
Insomma un quadro idealizzato, un ideale con appiglio concreto ma non
abbastanza, in modo da poterselo portare dietro in eterno. Un qualcosa
di perfetto perché non verrà messo alla prova dei fatti,
non metterà in gioco tutti i lati del lui, della lei, non
arriverà a vedere la necessità e il grigiore dei
compromessi: sarà sempre una luce sfavillante immaginata dal
passato pronta da contrabbandare per il futuro, anche. E anche da qui,
ci siamo passati in tanti (almeno io).
In definitiva, può dirsi Cristiano perdente se questa droga
forse dall’effetto illimitato, forse suo obiettivo fin dall’inizio,
dalla Baby l’ha avuta “ a gratis” per diversi anni, e appunto forse
anche dopo? Qui non proseguo oltre a rivelare la trama, solo ora mi
rendo conto che sarei potuto arrivare a fare quel genere di
anticipazioni che nessun potenziale lettore desidera. Ma sarà
Cris sempre preoccupato di perdere quel quadretto perfetto, o ancora:
in qualche modo quindi vincente, semplicemente soddisfatto nella
propria vanagloria, vera suprema sua istanza interna da sfamare (vedi
la “poesia del Giovanni”)?
La Baby Lemonade non è sicuro sia quindi il carnefice nella
vicenda, e del resto questo nel suo tutto il contrario di tutto lo dice
anche Cristiano – l’autore stesso almeno in un paio di punti:
Non ho mai capito se essere coglioni sia più una condanna per la
persona stessa o per chi le sta accanto ... e alla fine:
Cristiano è
più stronzo di te … se leggi questo ora lo sai
Un’altra frase che vorrei citare, che mi piace particolarmente,
è quella dove si dice che lei (in un “periodo buono”) fungeva
come da catalizzatore:
… si era liberato da mille paure, mille timidezze. Di fronte a lei,
tutto era piccolo e facilmente risolvibile, ogni ostacolo valicabile,
non c’erano confini inviolabili. Era finalmente in grado di entrare in
un negozio d’abbigliamento e provare un jeans e dire no grazie non li
compro, se capite cosa voglio dire.
L’ultima frase minimalista, eppure rende così bene la
situazione: quella in cui siamo passati ancora tutti (o sempre almeno
io), quando una persona ci ha fatto finalmente sentire così in
certo modo affascinanti, desiderabili, da non temere più di
restare soli, forse. E quindi ci ha dato modo di vedere le piccole
cose, forse anche le grandi, per quello che sono: cose, quindi col
giusto “mood” soggette alla nostra volontà.
Comunque la figura di Lemon viene fuori da piccole grandi descrizioni
(la sua stanza, il suo prendere appunti a una conferenza “contatto col
mondo del lavoro”, di quelle dove passano solo slogan vuoti), dalle sue
vicende (l’amicizia, il fidanzamento, il “tradimento”…), dai dialoghi
con Cris, ma soprattutto: dall’intera atmosfera del libro. Si potrebbe
dire che nonostante tutto rimane eterea, proprio perché, o al
contrario a causa di questo, assurge a una dimensione simbolica.
Comunque un personaggio che rimane impresso nella memoria.
Come scolpiti rimangono anche gli amici, quelli “mardoni”, quelli dal
lessico eccezionale e vero e straripante e “ricostruito”. Con un
però: mentre la Baby è “spalmata” su tutto il libro, che
si svolge in pratica in due periodi definiti di alcuni mesi nell’arco
di sei anni circa, loro sono “concentrati” in circa un mese, par di
capire. Non si sa se per scelta dell’autore, che non poteva fare un
libro di 600 pagine come opera prima, o perché semplicemente le
cose sono andate davvero così. In ogni caso forse la loro
potenziale “forza dirompente” (come diceva la checca pelata del Boby’s
citata nell’opera) un po’ ne risente, se non il loro assurgere a loro
volta a simboli. E’ che in quel mese ne fanno veramente tante,
“zingarate” e non, e quel che succede è una densità, un
affastellarsi di descrizioni (emotive e non), di atti, pensieri e
parole che forse il cervello del lettore non può ritenerne che
una parte.
Al proposito delle vicende narrate poi, mi piace citare alcuni miei
vecchi conoscenti più critici (nel senso che si sentivano
più dotati dei “mezzi” o della volontà necessari a fare
critica letteraria) che appunto criticavano altrui scritti (tra cui
velatamente forse anche i miei) al grido di: “Basta con tutti questi
autobiografismi inutili di gente senza nerbo, che non vede al di
là del proprio ombelico, che descrive ogni sua lista della spesa
di insignificanti vicende minimali, senza interessarsi a guardare
più oltre al mondo, che non sa nulla o non se ne cala della
storia, dei popoli altri, dell’altro, del NOI!”.
Ovviamente da buon portabandiera dell’individualismo letterario, almeno
in qualità di lettore (un titolo un esempio: “Quel che mi
importa è grattarmi sotto le ascelle”, penso tu lo conosca Mirco
e anche Marco), vorrei sconfessarli: non è detto che non si
possa parlare dell’altro e del mondo parlando di sé. Anzi il
“noi” è una parola vuota se non si parte da ciò che si
conosce, dall’io. Che forse siamo poi tutti molto simili in fondo, o
forse comunque il senso di collettivo non è un qualcosa di
interiore che ci viene dato alla nascita pronto all’uso come per le
formiche.
Mi sa anzi poi che i grandi, i gradissimi, hanno sempre parlato molto
di sé: senza remore, senza falsità, scavando in profondo
con una certa specie di lucida crudeltà forse autolesionista. E
facendo così si sono sentiti forse coraggiosi, forse “sboroni”:
e hanno aperto qualche altrui occhio, qualche testa.
Inoltre, e qui citerò sicuramente qualcuno senza saperlo: io
credo non sia la storia (vera o inventata o romanzata) che fa l’autore,
ma viceversa. La differenza tra un “vero scrittore” e uno che non lo
è, magari banalmente è la capacità di descrivere o
creare il retroterra. Un grande può appunto raccontare la
più banale delle vicende, e metterci in mezzo il suo e
collettivo paradiso e inferno, rivelazioni enormi o minimali comunque
aprendo vasti orizzonti (sulla psiche umana, sull’animo umano, sulle
leggi e regole animali etologiche che guidano la società umana).
E’ in definitiva lo “stile”, che fa: e “affastellato”, iterativo o
“mardone” che sia, Tonnios ce l’ha. Come dice appunto qualcuno che
stavolta cito sapendo di citarlo: “Lo stile è quella cosa che ti
fa andare avanti quando le certezze tutto intorno vacillano”. (Charles
Bukowski)
Ho scritto troppo, posso concludere: finisco, ohibò, con
qualcosa che di Mirko-Cris-Riccardo (interessante la sovrapposizione di
voci che a volte non fa così sicuro che il racconto sia in terza
persona, tipo all’inizio o nei flash-forward) non mi è piaciuto.
Ma non mi è piaciuto per gelosia, già lo so: è
capitato negli anni e qui nel libro l’ho riscoperto, che io e lui
conoscessimo o frequentassimo alcune persone in comune. Soprattutto
“pazzini”, come li chiamavamo e chiamiamo, che nel romanzo mantengono i
loro nomi veri, già pseudonimi o quasi per l’uso articolato. Ma
anche una donna ho riconosciuto, col cognome cambiato ma perfettamente
intelligibile (poi ci sono altre donne che almeno un paio in tempi
diversi e in luoghi differenti e casuali, ho scoperto sono piaciute a
entrambi, ma nel volume non compaiono quindi non c’entrano nulla e pure
lo dico perché “ci uniscono”, in certi gusti perlomeno).
I pazzini li ho
frequentati certamente più io (la donna no,
probabilmente, ho solo un retroterra ampio su lei per varie interposte
persone): mi sembra dunque che lui li renda in due troppo facili
pennellate, senza far uso di quella capacità introspettiva
descrittiva che gli riconosco di cui dicevo prima. Del resto io non ho
mai ancora scritto niente su loro, vorrei ma chissà come
chissà quando, e non per malinteso “dovere nostalgico”, ma
perché li trovo davvero argomento interessante. O forse
perché semplicemente hanno in fondo rappresentato una grossa
fetta di quel decennio dei miei venti, una grande leva per raggiungere
quei luoghi (che anche Mirco in questo libro di quegli anni appunto
descrive) di quasi completa mancanza di significato, quindi di ansia,
che non sarei forse mai riuscito ad aprirmi da solo.
Anzi, siccome non ho mai scritto altro, non ho niente in mano di
diverso, ne approfitto per usare questo foglietti prolissi anche come
una dedica a un amico: l’andarsene del Pinardi (citato nel romanzo tra
gli inizi capitolo: Gli uomini sono uomini. Esagerano) non molti giorni
fa, come succede per alcune persone e avvenimenti nel libro di Mirco,
per qualcuno che l’ha conosciuto si può immaginare racchiuda un
significato simbolico. Che rappresenti qualcosa oltre che la fine
di un omone a cui si è voluto bene, con tutte le
particolarità o vigliaccherie o comodità del caso:
è un pezzo di quegli anni fantastici (inteso come assurdi, fuori
dal mondo), la giovinezza, una presenza forse a volte colta come
impersonale quasi una forza della natura, una parte di quel senso di
invincibilità ovvero potersi permettere di bordeggiare il
limite, una possibilità di uscire dagli schemi, aprire una porta
diversa, che se ne va.
Ciao, Gianni . Ci
vedremo sempre nei film?
[
Mega
]
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2007
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dell'11 - 02
- 2007
La nostra generazione senza nome
I personaggi del romanzo rappresentano efficacemente la generazione
"claustrofobica" dei nati intorno al 1970 - quella di cui fanno parte
molti dei collaboratori di questo magazine - e cresciuti nei comodi
ambienti piccolo-borghesi bolognesi, mentre fuori dalle finestre di
casa divampava la rabbia del settantasette : l'assassinio di Lorusso,
la devastazione del Cantunzèin, i disordini quotidiani di piazza
... di cui avremmo sentito tanto parlare in seguito, superata la soglia
fiabesca dell'"età della ragione", e che solamente allora
avremmo compreso.
Il vuoto-spinto non era soltanto nell'ambiente domestico - rifiuto
della comprensione di quanto avveniva "fuori" ammantato di familiare
protezione - e negli anni successivi avrebbe risucchiato e sbriciolato
le strade e le piazze, cancellando molte forme di socializzazione e
sterilizzando i rapporti umani.
Una mano a quest'opera di distruzione di Bologna la sta generosamente
dando anche il sindaco in carica Sergio Cofferati (di cui ho scritto
copiosamente nel mio blog personale) che ama
proibire e buttare via il bambino assieme all'acqua sporca come Renato Zangheri, primo cittadino
dal 1970 - data fatidica - al 1983.
C'è un problema diffuso di ordine pubblico ? E allora si nega la
vita pubblica imponendo un'austerity che di fatto assomiglia sempre
più ad un coprifuoco degno dei regimi totalitari, fascisti o
comunisti poco importa la differenza : non ne voglio fare una polemica
politica contro una delle due parti nella contesa ben recitata secondo
i dettami del teatro dell'arte - forse un'ineluttabile eredità
antropologica per noi genti italiche - perchè la "grassa"
è in lineare declino fin dai "mitici anni '80".
E - come ho detto ieri sera - m'ha stonato leggere sul quotidiano di
venerdì un Luca Carboni che asserisce "Bologna è sempre
la stessa, non è cambiata affatto", ma bisogna capire che il
cantautore è passato dal mestiere di commesso in una boutique
fighetta del centro storico a quello ben pagato di musicista di
successo (meritato) : la città ch'egli vede e vive in prima
persona, evidentemente non è quella della maggioranza dei
bolognesi. Non sono le sue parole che m'hanno sorpreso, è che a
me le sue canzoni piacciono parecchio ... Bologna non esiste
più, è una città immaginata dai suoi cittadini
(quasi girassimo con il casco per la realtà virtuale per vedere
solo il dettaglio che ci piace o una realtà sovrapposta) e non
per caso tantissimi scrittori nascono e lavorano all'ombra delle due
torri.
Il cazzeggio anarchico degli studenti universitari così bene
descritto nelle pagine dell'opera prima di Zucchelli è in
realtà "eversivo", intrensicamente votato all'abbattimento di
questi muri prodotti dall'intransigenza umana e forse destinato a
costruirne altri per autodifesa.
E' una lotta per la sopravvivenza - epica sebbene di un minimalismo
quasi nichilista -
combattuta da una cucciolata nemmeno tanto numerosa (era finita la
spinta demografica
del "baby boom" italiano) di ragazzi ingiustamente definiti "viziati", "egoisti" e
"menefreghisti", ma che semplicemente s'è affezionata troppo a
quel poco che aveva di suo - come i protagonisti di Tonnio's - e questo
istinto di conservazione è stato inevitabilmente interpretato
attraverso le lenti dell'ideologia politica dualistica che per decenni
in italia è stata l'unica chiave di lettura di ogni fatto
piccolo e grande, ed infine condannata come "senza contenuti" e
"superficiale".
A questo libro accosterei più "La guerra dei
bottoni" - indimenticabile il film in bianco-e-nero di Yves Robert del
1961, che vidi nella sala parrocchiale della mia infanzia - che "Jack
Frusciante è uscito dal gruppo" di Enrico Brizzi, di cui "La
volata" potrebbe essere semmai il seguito (anche per l'età dei
personaggi).
La nostra generazione non ha un nome di fabbrica : non è
"post-sessantottina" e nemmeno "generazione X", è quella "roba"
a cottura lenta che sta in mezzo, e coloro che vi sono anagraficamente
iscritti nemmeno si preoccupano di darsi un'etichetta.
Ironia della sorte : proprio i paninari e i loro coetanei che oggi sono
cresciuti, quando
parlano di loro stessi sembrano pensare più al "succo" che alla
"buccia" formale.
Di romanzi generazionali ne sono già stati scritti tanti ed
è un vero è proprio sotto-genere della letteratura
giovanile, ma proprio per l'avvicendarsi sempre più frenetico
delle mode (il "modus operandi" che fa cultura e non è mai
soltato apparenza) ognuno di questi è indispensabile per capire
le sfaccettature ed i bisogni di fenomeni in veloce transizione che
sedimentano maturi cittadini nella società civile.
E' il caso de
"La volata di Bitossi" dell'amico Tonnio's.
La presentazione
del libro alla trattoria "L'assassino"
E finalmente ieri sera c'è stata l'attesa presentazione
non-ufficiale del romanzo dato alle stampe dopo
un concorso letterario
(partecipare ai concorsi è un destino segnato per un lavoratore
nel comparto scientifico dell'università),
organizzata dai ragazzi di questo sito.
Abbiamo accusato la defezione di Andrea Toschi detto "Mega" per una
brutta influenza presa nei giorni immediatamente precedenti, e sarebbe
spettato a lui aprire l'incontro con la recensione di questa pagina
(come scritto sui volantini distribuiti in diversi locali della
città).
Mi sono pertanto incaricato di pronunciare alcune parole di rito per
lanciare l'amico scrittore, scarne e non preparate perchè di
questi tempi sono impegnatissimo in parecchie faccende di natura
professionale e privata. Nel primo paragrafo di questo post ho scritto
un'introduzione più forbita ed esaustiva delle mie opinioni che
non ho efficamente comunicato in pubblico (anche se le due parole
pronunciate sull'attuale amministrazione della città hanno
raccolto vivi consensi e forti applausi).
I partecipanti hanno apprezzato la retorica auto-ironica di Tonnio's e
sono stati una sessantina, decisamente più numerosi di quanti ce
ne aspettassimo alla vigilia e questo ci ha fatto un enorme piacere.
L'amico ha firmato una trentina di libri ed è stata la sua prima
esperienza "promozionale", se l'è cavata benissimo.
Voglio ringraziare ancòra una volta il proprietario del locale
Sergio Zaccone, che ci dato gratuitamente l'uso degli ambienti della
trattoria "L'assassino - chi ha ucciso Harry ?" e per me è
doveroso ricordare un amico buono e
stralunato che ci ha lasciati appena una settimana fa : Gianni Pinardi
è
stato il compare di tantissimi week-end passati a cazzeggiare
tra i colli e la città-bassa, per anni ci siamo divertiti
insieme a recitare nei corto-metraggi di Walter Ciusa e non c'è
osteria bolognese nella quale non abbiamo bevuto e fatto casino.
Organizzeremo senz'altro una piccola rassegna-video ed una pagina-web
commemorativa in questo magazine.
A lui va il saluto del Mega nell'ultima riga, ed è un pensiero
comune a tutti quanti lo hanno conosciuto nel corso del tempo.
Ringrazio la Sima - al secolo Simona Pinelli - per i consigli
sull'organizzazione di eventi culturali, che torneranno utili nelle
prossime occasioni (senz'altro sarà necessaria un'illuminazione
adeguata per le riprese-video e fotografiche, così da
testimoniare bellamente quest'incontri).
Infine lo stesso Andrea Toschi, che per causa di forza maggiore non ci
ha gratificati della sua significativa compagnia, e tutti coloro che ci
hanno dato in credito un paio d'ore dello loro vita.
Blog amici che
hanno segnalato l'evento
Retroguardia [ di
Francesco Sasso ] - in Agenda

Spettro della
Bolognesità - "Modesto sabato bolognese letterario" di Maso 
Greenmilk [ di Luky'zz
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