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Il
grande Centro, le tertulias, e la vita (degli altri ?)
Sono
le
peggiori elezioni di sempre
Ci aspettano le peggiori elezioni della storia della Repubblica
Italiana, quelle in cui (per la prima volta) sarà realmente
impossibile per gli elettori scegliere e questo perché il
principio fondamentale di ogni scelta è l’esistenza di opzioni
alternative, ovvero qualcosa che, al di là del gioco di
specchi
della politica mediatica e di tutto l’ottimismo che un povero cristo
può avere, è ben lontano da esistere nei fatti.
Il
movimento centripeto di questi ultimi anni, alimentato dal terrore
dilagante tra i politici di non riuscire ad occupare posizioni di
governo che possano consentire di partecipare al grande gioco dei
dividendi, è riuscito a produrre, per la prima volta dalle fine
(?) del fascismo, l’esistenza di due/tre/quattro grandi blocchi di
centro che, al di là dei nomi fuorvianti, hanno in comune
programmi, strategie e, talvolta pure gli stessi uomini.
Al di fuori di
questi blocchi, oltre agli ex-estremisti, ormai trasformati in debole
frange di centrosinistra e centrodestra, si propongono, frammentati in
147 loghi diversi, gli altri, ovvero quelli che, laddove anche si
differenziassero concretamente dai due/tre/quattro identici, sembrano
accomunati proprio dalla comune volontà di proporsi come
qualcosa di diverso, dal voler sfruttare il principio
dell’identificazione per differenza : quelli cioè che non sono
come gli altri (forse) ma che non si sa in realtà che cosa
siano.
La rilevanza di questo fenomeno di polverizzazione e dispersione
del voto è tale che, numeri alla mano, mettendo assieme i voti
che andranno ai 147 presunti diversi, alla metà di coloro che
votano schede nulle o bianche ed alla metà di coloro che manco
ci andranno a votare, si otterrebbe il primo schieramento politico
italiano; se poi si riuscisse a strappare qualche frangia da coloro, e
sono tanti, che votano al centro ma senza una particolare convinzione,
ci sarebbero seggi a sufficienza per governare all’infinito.
Non serve
capire se questa tesi sia fondata o meno e se i miei conti tornino o
no, perché è ben chiaro che questa non è una
teoria politica bensì fantapolitica,
una tesi assurda e surreale
che forse però aiuta a capire meglio la gravità della
situazione.
Aspettative
e qualità percepita
I manuali di marketing ci insegnano che la soddisfazione è data
dal rapporto tra aspettative e qualità percepita : non dovrebbe
stupire quindi che, anche all’interno di ambienti pseudo
riformisti/progressisti, stia ritornando una certa simpatia verso i
regimi autoritari, le monarchie e, più in generale, tutto
ciò che non è democrazia.
Dalla democrazia infatti ci si
aspetta molto, forse troppo mentre invece in un regime autoritario le
aspettative sono mediamente molto più basse e quindi,
paradossalmente, è più difficile rimanere delusi. Forse
quindi il nostro livello di aspettative va rivisto al ribasso e va
preso atto una volta per tutte che, fino a prova contraria :
1) la nostra politica estera non può non essere influenzata dai
patti militari che, avendo perso l’ultimo conflitto bellico, siamo
stati costretti a firmare: se vogliamo cambiare idea, basta dirlo e
prepararsi alla terza guerra mondiale.
2) la nostra politica economica non può non essere influenzata
dalla nostra adesione alla Comunità Economica Europea, poi
Unione Europea : se
vogliamo cambiare idea, basta dirlo ed essere pronti ad iniziare a
camminare con le nostre gambe.
3) la nostra politica, in generale, non può non essere
influenzata dalla presenza, all’interno del suolo italico, di uno
"staterello" chiamato Città del Vaticano, con tutto ciò
che questo comporta :
anche qui se vogliamo cambiare idea basta dirlo, ed essere pronti ad
affrontarne le conseguenze.
L’influenza va letta concretamente in termini di questione di
compatibilità : in pratica vi sono una miriade di ipotesi
politiche e strategiche condannate a rimanere solo teoriche in quanto
incompatibili con gli interessi di Stati Uniti, Vaticano e Unione
Europea, in cui non possiamo fare ciò che vorremmo
perché, se così fosse, romperemmo le scatole a qualcun
altro.
Queste non sono certo considerazioni nuove e nemmeno siamo
l’unico stato al mondo che deve sottostare a queste "regole di
convivenza", ma ciò in cui i nostri politici sembrano eccellere
è l’arte di riuscire a farci vivere questa situazione con la
massima ambiguità possibile, sfruttando grandi capacità
di trasformismo e di persuasione ideologica, nascondendo sempre
all’elettorato le proprie reali intenzioni e proponendo programmi
intrisi di demagogia e di populismo, ambiziosi nelle parole ma
inconsistenti nei fatti.
Siamo arrivati al punto di pensare che
potremmo tranquillamente fare a meno di un governo e di un parlamento
o, come propone qualcuno, di sostituire le elezioni con estrazioni a
sorte : in effetti chi può dirsi sicuro che un parlamento
formato
da cittadini scelti a caso sarebbe peggio di quello attuale ?
Il problema è che, in una situazione di partenza come la nostra,
già gran parte delle possibili opzioni politiche non sono
praticabili poiché cozzerebbero contro i "muri" (nel senso
pinkfloydiano del termine) di cui sopra, e quindi si parte sin
dall’inizio con spirito rinunciatario e minimalista e si finisce, per
la paura di non essere abbastanza centrali e quindi con concrete
chances di occupare poltrone di governo, per abbandonare anche i
piccoli margini di autonomia che rimarrebbero e alla fine chi si pone
con atteggiamento predatorio nei confronti della "cosa pubblica" non
trova alcun ostacolo significativo e riesce con facilità nei
suoi intenti.
Dovrebbe infatti essere ormai ben chiaro che il vero
problema di questo paese non è Berlusconi ma l’incapacità
del "sistema Italia" di arginare questo potentissimo e di generare
concrete e credibili alternative.
C'è
carenza di tertulias
Il problema non è quindi Berlusconi ma, semmai, la mancanza di tertulias : chi
conosce la Spagna sa che la vera, grande passione dei
nostri cugini iberici non è né la sangria né la
corrida ma il "far tertulias" ovvero parlare, discutere, riflettere in
compagnia, in piazza, alla radio o in televisione, in una chat come in
un "bar de tapas".
Nel "far tertulias" non ci si limita - come invece
purtroppo accade da noi - al solo "sparare cazzate", ma nel parlare,
parlare e parlare ancòra con la tipica impostazione fonetica da tertulias (con
ritmi rallentati e quasi craxiani che si alternano ad
altri da pseudo-rap) si discute quotidianamente non solo del più
e del meno, ma anche dei problemi concreti di ogni giorno, di cosa si
può fare, di come fanno all’estero, eccetera.
Ciò che fa la differenza non è poi la qualità di
ciò che viene detto, che non è forse più elevata
che da noi, ma il fatto centrale è che quando una parla gli
altri ascoltano e questo di solito sorprende i nostri connazionali
abituati al vaniloquio e allo sfoggio linguistico con finalità
linguerecce.
A forza di "far tertulias" (e di sparare anche qualche
cazzata che non fa mai male) si è però arrivati a parlar
di tutto, e quasi nulla in Spagna è davvero tabù. Ovvero,
come diceva una vignetta di "El Pais" di qualche anno fa al tempo dei
matrimoni-gay, gli argomenti di conversazione spaziano con
facilità "dal buco dell’ozono a quello del culo".
Il dibattito
diffuso, libero e quotidiano ha costituito la vera forza della Spagna :
lo dissi quasi per scherzo più di dieci anni fa, ora molti
sociologi parlano sempre di più dell’importanza delle tertulias - e di come queste si
sono evolute con i nuovi media - nella "movida" e
nel più generale processo di rinascita della società
spagnola degli ultimi trent’anni.
Parlare è quindi fondamentale ma ancora più importante
è ascoltare, due sono i piccoli/grandi insegnamenti che ci ha
regalato il film tedesco "Le vite degli altri" - meritato Oscar per il
miglior film straniero dello scorso anno - uno dei pochi film degli
ultimi anni che meritava sette euro che si potevano ben sottrarre al
"fondo birre" :
1) il fatto che si viva e si lavori in un regime non è ragione
sufficiente per non fare nulla. Anche se si pensa quindi che il nostro
sia un regime di fatto non si è autorizzati ad esimersi da far
qualcosa di buono, o almeno non si è esonerati nei confronti
della propria coscienza.
2) l’ascolto degli altri è fondamentale e, anche se tutti dicono
di ascoltare e di non sentirsi ascoltati, come i protagonisti del film,
le cose non stanno proprio così.
Ascoltare è la vera
chiave del cambiamento sociale : ascoltare aiuta a capire e capire
aiuta
ad agire.
Pensare che nel mondo non si possa fare nulla di buono è quindi
una gigantesca troiata : Hispania
docet.
Nel nostro paese occorre tornare
a parlare, e lottare perché si possa tornare a parlare
liberamente di tutto, contro un invisibile ma costante
processo di imbavagliamento delle poche menti libere ed indipendenti,
che forse non sono poi così poche ma che sicuramente si sentono
sempre più isolate ed incapaci di incontrarsi.
"Gli altri" in
realtà sono tanti, devono "solo" conoscersi e - soprattutto -
imparare ad ascoltarsi a vicenda e a ritrovare il piacere di aggregarsi
per la comune difesa dei propri diritti ed interessi in comune : non
è un'impresa da quattro soldi, ma è forse l’unica
battaglia
che valga realmente la pena di combattere.
COPYRIGHT
2008
ERAVAMOTREAMICIALPUB.IT
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IL MENO PEGGIO
Ho
inserito in "copertina" un manifesto elettorale del 1963, per
sottolineare quello ch'è un masochistico vizietto italiano,
ovvero il
votare il meno peggio se non addirittura "contro", secondo gli schemini
retorici già pronti all'uso che sono forniti gentilmente da
quelle
associazioni non proprio sane che sono i partiti ai propri presunti
elettori (ragionare con la propria testa, è pur sempre fatica) :
in
questa pessima campagna elettorale, mentre il Pd - che per affermazione
del suo leader Walter Veltroni alla stampa spagnola, "non è un
partito
di sinistra" - e i partiti alla sua sinistra invitano a votare per
evitare il ritorno di Berlusconi al governo, lo psiconano di Arcore
aizza i suoi addirittura contro i "comunisti" (facendoli resuscitare).
Fanno tutti pena, anzi no, a fare pena sono gli italiani che si bevono
ancòra questa zuppa rancida e ammuffita, inibiti a discuterne
liberamente, come scrive Miro nel post.
O se volete - detta
da Maso Vox in altri termini - chi va a votare non deve avere la
coscienza a posto.
[ il Bufalo
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